In questa sezione vengono pubblicati, a scadenza variabile, alcuni dei brani che vanno ad alimentare la sezione narrativa di "Altro". Per questo mese abbiamo Il Vaso di ItSuNaMi, Arabesque e Il Vecchio Dean di Faber, Monologo per Sassofono e Chitarra Elettrica - parte prima di Elianto84.
IL VASO Mi pesava, ma dovevo bussare. Il vaso all’ingresso non era quello che gli avevo regalato, lo notai subito entrando. Di sicuro era finito in pezzi durante una lite o qualche sciocchezza del genere: così mi avrebbero detto, ma lo sapevo che non gli era piaciuto dall’inizio. Erano stati bravissimi a sostituirlo con uno molto simile, accorti in ogni dettaglio, ma non più accorti del mio occhio esperto. Dopo pochi passi già sapevano che io sapevo e sapevano anche che avrei fatto finta di niente, almeno per un po’. Mi fecero sedere, ero ansiosa di arrivare al dunque, ma erano inevitabili le rituali chiacchiere del più e del meno. Si erano sposati da un pezzo, scoprii, a mia insaputa. E non sembravano imbarazzati né mortificati per avermelo tenuto nascosto. Mi colpì la loro abilità nel comunicare con semplici sguardi o piccoli gesti, senza dover ricorrere alla scusa dell’odore di bruciato proveniente dalla cucina. E mi fece rabbia essermi accorta che tramavano qualcosa ma non capire cosa, non riuscire a decifrare il loro maledetto codice. Poi mi offrirono da bere e dissero che gli sarebbe piaciuto avere un bambino, se non mi dispiaceva; erano sempre più convinti di essere nel giusto. Poi ci fu il silenzio imbarazzante, imbarazzante per loro, che avevano esaurito le idee, non di certo per me, che non avevo aperto bocca da quando ero entrata. Intorno c’erano armadi, mensole, scaffali ricolmi di ogni genere di oggetto, dal più utile al più superfluo. Riconobbi tante, troppe cose un tempo appartenenti a me; alcune gliele avevo ingenuamente regalate, altre me le avevano praticamente sottratte con violenza, facendole comunque passare per miei regali. Non mi importava, non le sentivo mie, o almeno non più. Ma il vaso, quello si. Più i miei occhi vi si posavano, più salivano l’angoscia e la furia; avevo quasi paura di guardarlo, era un mostro. Sentivo che non ce l’avrei fatta ancora per molto, non potevo più trattenermi. Mi voltai di scatto verso di loro, che, prevedibilmente, guardavano altrove. Cercai il loro sguardo fissandoli, fissandoli, finché non capirono e, quasi con rassegnazione, poggiarono i loro occhi nei miei. Dissi che erano come bambini che disprezzano ogni cosa perché non riescono a coglierne il valore. Dissi che quel vaso era tutto per me, tutto quello che mi era rimasto da quando lui se n’era andato. L’unica cosa che mi ricordasse il suo affetto e i suoi insegnamenti. Io lo avevo donato a loro perché li ritenevo degni di custodirlo, ma mi ero sbagliata, avevo gettato perle ai porci e cosa mi restava, ora che pure il mio ultimo ricordo aveva fatto chissà quale fine? Ora sì che li vedevo a terra, davvero avviliti, finalmente dispiaciuti, ma era tardi. L’unica cosa che furono in grado di dire fu “Scusaci”, ma, sempre più infuriata, dissi che non me ne facevo niente delle loro scuse, che non avrebbero riportato l’amore dentro me, il sorriso sulle mie labbra. Avevano ucciso quel che restava della mia vita per puro egoismo. Continuare a parlare non li avrebbe fatti sentire più in colpa, semplicemente perché non avrebbero capito. Mi sentii come se avessi parlato per una vita e solo allora mi fossi accorta che erano sordi: tempo e fiato sprecati e tanta stanchezza dentro e fuori. Non so se lo dissi, ma lo pensai di sicuro. Mentre me ne andavo per quella che sarebbe stata l’ultima volta, mi voltai verso l’angolo dove un tempo era il mio vaso, come per dargli l’addio. E l’ultima cosa che vidi fu la targhetta dei fiori che vi erano piantati: Peonie. Il fiore della vergogna.
ARABESQUE Dall’odio viene l’odio, per l’odio e con l’odio, come si disse dell’occhio, come si disse del dente. Brandelli d’umanità al sole del deserto si dibattono freneticamente tentando di sfuggire alla loro sorte. I bambini sono madidi di sudore e sporchi di polvere, si rincorrono tra quelle che erano case, si lasciano sfuggire sorrisi impossibili.- Rumore di teste che rotolano -Una voce da una torre squarcia il pomeriggio, ripete da secoli la solita nenia. Il sole scioglie le anime, le ombre minacciose si allungano verso le dune. -Così muore un italiano, così sa morire un essere umano -I fiumi gemelli scorrono lenti scortati dagli occhi umili e sanguigni dei contadini. I leoni assiri guardano severi i grandi palazzi proibiti intrisi di sangue che si stagliano sull'altra parte della riva. -Dalle carceri urla inumane,piramidi di vergogne– sulla sabbia si riconoscono impronte di guerrieri assiri e monaci babilonesi, califfi e carovane. Lawrence d'Arabia ha bevuto anche qui il suo tè, e ha incoronato il re da lui scelto in nome del popolo. -Pozzi di petrolio in fiamme, petrolio ovunque, non acqua, non cibo - Baghdad ha stretto la mano a Hitler e con lui ha intrecciato la spada, ha trattato con Stalin e con Eisenowher, si è consegnata nelle mani della dittatura. - Caos, guerra, distruzione, forze prorompenti e furiose si accavallano nei cuori e nelle menti, confusi e disorientati, disabituati a schemi liberi - Le sirene suonano, il coprifuoco serra le porte della città, Baghdad come ogni giorno torna a morire. Dall’odio viene l’odio, per l’odio e con l’odio, come si disse dell’occhio, come si disse del dente..
IL VECCHIO DEAN Ebbene sì: stamane ho incontrato Dean Moriarty. Non era morto, come qualcuno paventava con voce roca e sospirosa, era proprio lì davanti ai miei occhi. Mi ha avvicinato gentilmente il vecchio Dean, da gran affabulatore quale è. Si è presentato, ha ispezionato le mie pupille con attenzione mentre parlava, parlava. Il gergo era ottimo, fluidamente colto, ma di quel fluido dal moto incerto, saltellante, quel moto tutt’altro che armonico,o armonioso. Mi ha circondato di parole, con la solita inconsapevole - o magari consapevolissima,non l’ho ancora capito - naturalezza di sempre. Mi ha spiegato la vita in quattro vocaboli, ciarlieri,altisonanti, rifiniti, precisi e vaghi come il marchio Moriarty vuole da sempre. E’ proprio vero, lui ce l’ha. Sissignori è riuscito a raggiungerla e l’ha agguantata, e da allora e con lui. Non è ancora convinto se sia lui a guidare o lei che lo porti dove vuole il suo vento,ma lui ha la nozione del tempo. “E’ un percorso difficile fratello, do you know -lo ripeteva sino allo spasmo- la meccanizzazione, la padronanza delle forze fisiche e di sé stessi, l’inconscio che travalica le sue più feroci barriere, la bellezza d’una foglia cadente che si rivela nell’attimo in cui si spezza il cordone ombelicale che la lega alla madre pianta, la paura che si prova nel sentir risuonare i passi pesanti e incatenati di un vecchio frenatore nelle ancor oggi polverose strade di Denver. Rischi di non farcela, devi tener duro. Te lo ricordi il vecchio Jim? Lui era a un passo dal raggiungerla la nozione del tempo, se non gli fosse scivolata tra le mani in una vecchia vasca parigina. Jim, cazzo, c’eri quasi riuscito! “. E’ un attimo: si gratta la pancia in modo ossessivo, si volta di scatto e sale al volo su di un vecchio tram, pronto di nuovo ad andare chissà dove. Non ho avuto neanche il tempo di salutarlo il vecchio Dean.
MONOLOGO PER SASSOFONO E CHITARRA ELETTRICA - parte prima Se mai vi troverete a Montreal ad abbracciare Michelle, ricordate di portarle le mie spoglie in fastoso corteo, davanti alla cascata. Ho sempre sognato un enorme fiume che scorre su un letto di neve. E corrode freddo e lento un vastissimo panorama di desolazione, fragile ed eterno come un patto di sangue. Ho sempre sognato che Michelle mi desse un bacio. Disteso sulle mattonelle sconnesse. Vecchia la finestra e raggrinzita. Pezzi di lacca da mandar via con le unghie. Sono chiuso al buio di una gabbia ingombra. Lei è uscita dalla porta lasciandosi alle spalle un gran rumore. Ieri ho stretto la mano al silenzio. Quello che precede i grandi annunci, il fracassarsi dei mobili, le promesse. Giulia fu la migliore. Arrivò qui trascinando un grossa scatola zeppa di libri. Trascorrevamo ore sul divano a rimbecillirci di progetti. Bambini. Come se tutta la ferraglia del sud Europa, fin nei dettagli geografici più insignificanti, fosse stata disintegrata da un'occhiata fugace. Lei, piccola orchidea contro il mio petto, giurava che presto saremmo partiti per Berlino, Madrid, Lisbona. I nostri giochi di carta e parole avrebbero fatto felice il mondo. Ci addormentavamo stretti ed ubriachi, in un'eco immobile di tapparelle abbassate. Ci svegliavamo quando uno dava una gomitata all'altro, oppure lo mordeva. Ignari di Lisbona. Ogni giorno daccapo. Dolcemente consapevoli del nostro ridurci a scheletri. Yo soy sua sombra. Again. Yo soy sua sombra. Un giorno diedi un calcio ad un vetro. Una scheggia entrò a fondo nel polpaccio; caddi, urlando e macchiando di sangue il tappeto scolorito, detestabile come sempre. Non riuscivo ad alzarmi e Giulia non arrivava. Semplicemente restai lì, e il sangue a poco a poco decretò che ciò era ingiusto, e gli indizi di colpa sufficienti. Appena fui in grado di coordinare i movimenti mi sbarazzai della scheggia e mi fasciai stretta la gamba. Presi l'enorme scatola con cui era arrivata, ordinatamente riposi dentro i suoi libri, la chiusi con del nastro adesivo. Quindi aprii la finestra, controllai con accortezza che a quell'ora nessuno stesse passando per strada, e buttai giù la scatola. A mano a mano contribuendo alla pochezza dei reperti. Presi la foto che avevo nel portafogli assieme ad un gruzzolo di monete, strinsi tutto nel pugno fino quasi a farmi male, con gli occhi mezzi ciechi corsi verso la sponda del fiume, scorreva in senso opposto la Senna quella mattina, c'era un'aria di stagione ammuffita mentre stendevo il braccio oltre l'argine, preciso, violento, veloce. Mi sentivo come un pilone in mezzo ad una tempesta. Alleggerito solo di un piccolo carico. Eldorado d'acciaio in una scorza nera d'aculei. Il mantra si sbriciola nella canicola, in un approdo negato. Turbìna di polvere secca, a terminare, disgregata. Dovevo raggiungere il crocevia dei traghetti. Attendere che passasse il mio fiore irto di spine. Parlavo di corse sull'altopiano, di visitare ogni anfratto, ogni cunicolo, parlavo di indugiare sui sermoni dei corni aztechi. Uno strepitìo obliquo agitava le tende rosse del suk, il sorgere ondulato di una luna di caccia, nuova. Attraversavo a passi lunghi e sordi il tratto impervio del ponte, col timore candido e ubriaco che la penisola potesse essere recisa. Ne son pieni i cartelli del porto, ne straripano le insegne del deserto: condottieri mozzati, infermi, echi di morte. Primavere che non giungono. Gli origami si aprirono un varco nella folla, schivando i ripostigli delle fiabe, nella luce disarmante e diffusa che intasava l'aeroporto. Mi fecero storie per un lucchetto. Pensavo alle lunghe trecce della mia regina reclusa, ai fiotti d'etere sui poveri sudditi, a Ebenezer. Sembrava quasi che il freddo stesse intaccando gli alveoli. Intatta, invece, la memoria del timoniere. E delle latte scadute, putride e ben firmate, scosse da tic frenetici. Sotto i miei occhi strabuzzati e ingloriosi. Acid Jazz. Non ci sono pianoforti in Central Park. Ottantotto mostri a percussione condannati alla vita vegetale, all'inevitabile asfissia che nasce dal grigiore. Eravamo chiusi e piantati davanti a ripetitori metallici, con l'aspetto ebete e mostruoso di chi avrebbe voluto sparuti cespugli di ginestre, qualche pino, un tavolo istoriato di incisioni viola - ci fu un periodo in cui anch'io avevo assorbito il vizio di girare per vicoli in cerca di passaggi coperti e muri da scalfire - poi la mia grafia si fece sempre più traballante, al punto che oggi saprei distinguere a fatica ciò che un tempo mi appartenne - un tempo. Battere e levare, sorgere e appassire. Tra le ginestre si innestano immagini di spiazzi polverosi e ciottoli, parentaglia, partite a calcio con illustri sconosciuti. Ero lì in piedi a spiegare cose insulse come problemi scacchistici - con l'innato talento del predicatore borioso, cui devo buona parte della patina di detestabilità e follia - e d'un tratto tutti assunsero un aspetto dapprima compunto, poi terrorizzato, e fuggirono attraverso la piccola porta, seguendo il dettato di un panico irragionevole. Sembravano grossi topi a cercar riparo nella stessa minuscola tana. Ma riparo da cosa? Compresi solo più tardi che il potere del jazz è contagioso. Giulia parlava con un accento spiccato e martellante. Ogni raffica sembrava seguita da un colpo di grancassa, una sequenza senza possibilità di replica. Un giorno decisi di riporre nel suo fuoco distruttore tutto ciò che da sempre trascinavo, a fatica. Un artista deve imparare a cancellare. Potere dell’improvvisazione. Fui rapito e condannato. Minute poesie sulla notte che l'istruzione disprezza e cancella, inghiottendole nel gorgo nero del mito. Vorrei che fossero abitudini, piuttosto. A conservarne memoria mi sento quasi munito di un'arma. Ho il potere di decidere il giorno, l'ora, l'istante esatto in cui quel qualcosa verrà seppellito, cessando per sempre di fremere. Ma non ne gioisco, perchè so che anch'io potrei essere l'oggetto incantato di un pazzo che trascorre il suo tempo sui valichi. Un notte magari si toglierà la vita, e così facendo la toglierà anche a me. Alcune leggende siriane descrivono la fine del tempo come "la grande pioggia bianca". Vorrei anch'io la liberazione dalla cenere, la sconfitta di quella poltiglia nerastra che scivola maldestra dagli occhi dei miei compagni. Guardo nello specchietto - è tutto come dovrebbe essere. Nascondo la pistola nel risvolto interno della giacca, esco dall'auto e faccio segno, come pattuito. Sarei dovuto restar sui miei velieri, ad affondare assieme alle provviste, ad ingoiare sale da qui alla grande pioggia. Invece sono sparito aprendomi uno squarcio nel petto, strappandomi tutte le ossa, sacrificando gli occhi al sogno. Nel viaggio una bandiera mi ha seguito. Varcate le colonne, altre colonne. Una diversa disposizione delle ombre, sottili variazioni sull'ordito, fughe in si maggiore e un cielo più basso. Amici, non sapete che basterebbe una parola a scatenare un naufragio. Solo per questo presagio di cecità imminente sono pronto a farmi sparare alla nuca. Sire mi segua. Tra meno di 10 minuti avrà il suo dottore, ma ora si copra per bene. Non possiamo dare nell'occhio. Il tuo odore è ossigeno, mia Giulia. [intermezzo musicale] Con un respiro pesante come ostacolato da rocce a sporgere dalle sue ossa la figura curva entro una cornice che rimanda ogni piccolo sole a domani ancora domani sempre e solo domani ma in quale palude si è nascosto e da cosa, maledetti insetti, pezzi rottami mattoni metallici sul viso giallo di preghiera e caratteri tipografici un sassofono segnato in viola con due colpi in canna e un timone piantato a martellate tra le dita fino a risalire spazzatura polvere spine lancette proclami stoffa promesse da giurare al dio della fine ci sono radici terse nella fine e i davanzali di una catapecchia irraggiungibile dove riporre specchi canne da pesca gente morta conchiglie lucido da scarpe macchine da cucire carta da parati posate ricordi portamonete. Riposa e interferisce sulle molle rotte il pregio di silenzio e indifferenza e dovrà e se la caverà senza aver bisogno mai da buon idolo profano e aiutami Giulia aiutami prendimi a unghiate non lasciarmi dormire sopra una coltre di ghiaccio non raccontarmi cazzate rispondimi Giulia rispondimi. Puttana ho chiuso i cuccioli dentro la scatola di cartone puttana li ho spinti contro la parete e l'intonaco col pazzo che fuori gridava aveva la gotta il suo annuncio mortuario mi è rimasto in mente puttana ho messo due grossi vasi sulla scatola ci sono saltato sopra le schegge mi hanno tagliato un piede con l'ombra scura che si allargava piano allentando la tagliola nel mio stomaco. Poi ho guardato il calendario alla parete la casa vuota le sbarre e ho lasciato anch'io la mia chiazza sul pavimento rosso non sentivo il tuo odore puttana ho dato un morso alla gamba di una sedia ho sentito il legno che si spaccava e i molari che si serravano nella gengiva e ho goduto puttana perché ti avrei fatta piangere ti avrei strangolata e presa a calci ti avrei sfigurato puttana te lo meritavi. Il tuo seno sulla mia schiena. Eating a piece of me. Tibi semprer. Cominciava senza grossi scossoni la traversata che ci avrebbe portati fino ai limiti conosciuti della strada. Le cahier des extravagances accompagnato da diverse stampe americane sulla neve e il moto perpetuo di Paganini. Crik crik cigolio di topi crik crik urlo&kaddish crik crik tempesta, a hard rain's gonna fall, a hard rain, a hard one. In ogni vela uno sbuffo di lampada accesa, frange di statue immobili, la calma della radura scura, dei vecchi piloni, del vuoto del cemento. Strano taglio degli occhi. Gomma pesta e carta piuma. Sul dorso bagnato della mia mano sul dorso degli angeli negri a cominciare dalle scapole e poi le piccole vertebre del collo che sporgono e nuovamente si nascondono nell'incavo che si fa strada tra i muscoli scivolando giù verso il bacino e riemergendo infine come da una sapiente apnea, un'apnea seguita da un boato un'allucinazione e l'implosione del torace degli spettatori con una mano sullo sterno un rantolo appena udibile un sibilo da cattiva inspirazione e i passi di lei a squarciare lo stomaco - diretti sicuri implacabili - altrove. Le luci del circo piombano in testa alle famiglie stese lì a contemplare uno spettacolo vecchio come il circo con la bocca pesantemente impastata invece le luci piovono giù col tendone che ondeggia e si sgonfia come un copertone stracciato e al trapezista che esegue ugualmente il suo numero con sprezzo del buio nemmeno la soddisfazione di una tigre che faccia a pezzi un bambino un dottore una mamma solo una goccia di pianto a scendere fredda lungo l'incavo dal collo al bacino e un modesto bruciore alle mani. La medesima sensazione di ritardo colpa e inappetenza nei gesti lenti e nei rituali rapidi di transito verso le pianure estive di migliaia di tigri a pascolare sui terreni arsi dal sale delle mezzenotti dai funerali di Mama Grande dalle brevi parole della bufera e da te che affondi alle spalle. Gomma pesta, carta piuma. Ho intessuto una discreta perizia nel rinvenire le fonti. Dalle tue parole svettanti ho rapito un accento meticcio, traballante, diabolico. Schivando i perpetui bequadro che modulavano il tuo tacere, l'allestimento del palco che ha via via acquistato imperfezione, per poi deflagrare nel silenzio di chi ti ha capito, rabdomanti, ritoccatori di Mnemonia. Perdesti ogni connotato di inquietudine e scaltrezza.
Via del Campo - di Autarkeya
She went among so many spoiled places
Choosing to fancy, to be wrong, to be shining
Just glittering cries, shadow mongers
Livin’ in, Haunted by.
Era bella Matilda, occhi verdi labbra carnose. Un desiderio avvampante di sentirsi amata. Baci freddi, schiocchi di tenace finzione magica: il cuore li catturava così, senza perché; metteva al mondo sorrisi fragili, speziati, consunti. Quel cuore senza orgoglio Matilda lo seguiva, così come i ragazzi rincorrevano gli aquiloni. Aveva una sfera di cristallo. E le unghie, i denti, la forza per vivere ogni istante come l’ultimo. Un giorno incontrò Orfeo, circondato da un alone accecante; nella sfera comparve nebbia fitta, contundente. Era bella Matilda, occhi di luce e smeraldo. Orfeo agguantò il paradiso che bramava, colmò quegli occhi di lacrime e sale, si fece largo tra i frammenti di un mondo mandato in pezzi. Ora solo una puttana dagli occhi di foglia, grandi, bassi. Nei vicoli si grida che basta prenderla per mano. Lei piccola, senza riparo, che vende a tutti la stessa rosa. Matilda, vissuta solo un giorno, era bella.