Nonostante fosse chiaro ormai a tutti, Giuliana restava inebetita dal nesso.
Fosse chiaro a tutti, o tutti sostenessero fosse chiaro. Chiaro. Come il sole.
Come i riflessi del neon sulla strada, dall'appartamento al quarto piano,
ne intravedi i contorni squadrati appena svoltato l'angolo, appena imboccato
il vicolo. Da distanze appena maggiori è una macchia violacea in una cornice
d'ombra, non c'è un impiegato zelante e smanicato tra quattro mobili angusti,
nemmeno la serenità d'un terrazzo che dici potrà uscire, potrà urlare la sua
furia d'impiegato, i vicini telefoneranno ai vigili per dar modo alla follia
di manifestarsi in divisa, tra le reazioni contrastate di chi porta a spasso
il cane e chi cerca una birra a poco prezzo. Solo una macchia del colore
opposto a quello che ti aspetti, un riflesso, d'appartenenza
ad una architettura più grande e sregolata. Le piacevano le stranezze,
sono un pilastro portante del mio modo d'essere Giuliana.
Non ha un gran valore saper tornare al punto di partenza.
Potrà essere una meta per quelli col cane, diceva.
C'era da passare davanti ai negozi, martedì sera, dopo la chiusura,
per provare a estorcere qualche scatolone. C'era da litigare, e furiosamente,
col vicino di stanza e col tecnico. Assicurarsi di poter mangiare,
e non essere arrestati per vilipendio del focolare.
COSA CI RICORDA UN LUPO ALLA PORTA?
A volte mi convinco, altre mi illudo, che potrei vivere facendo a meno.
Ti adoravo, nulla di te poteva essere previsto. Giocai a distruggerti,
forse ebbi successo. Parte di me venne dispersa in mare, l'eco truce
dei gabbiani serrò bocca e denti, vidi il fondale avvicinarsi,
il buio ingigantirsi. Non conobbi più gesti né simboli, fui la pietra
che mi reputavate. Ma a poco a poco tornai avido di racconti,
e scosso da farse e tragedie riaffiorai, cercandoti.
Giocavi una partita con il tuo indiscutibile, superbo amore.
Tanto sicura di essere vicina alla vittoria, che ogni affondo sgretolava
un blocco del molo sotto i tuoi piedi nudi. In due bracciate
stavi già annaspando, alla ricerca disperata di una boa,
agghiacciata dalla trappola del cielo nel mare, la sconfitta, la verità.
Il silenzio della schiuma che si infrange di domande.
Ero lì pronto a sbranarti, poi nuovamente a salvarti.
Io non conosco riposo. Sebbene non sappia quanto abbia senso
affilare il coltello, al nobile scopo di essere senza macchia,
se a tale cristallino vaglio nessuno sopravvive.
Certi detestano che si stravolga così una frase, una vita,
unicamente per sottolinearne la ragione. D'altro canto, è facile rinvenire
del ridicolo o persino del patologico nei vostri tentativi
di aggirare la questione. Il perché, per l'esattezza.
LA MIA FEDE E' CHE MERITINO I GIUSTI, E COLORO CHE SOPRAVVIVONO AI GIUSTI.
Giuliana attraversava di corsa il ponte, diretta alla stazione.
Palesemente accaldata, chiedendosi avrò troppo addosso, o troppo poco,
che importa, non voglio renderne conto. All'angolo delimitato dai portici,
uno spettacolo mille altre volte in scena.
UN PAZZO. UNO DEI TANTI.
Nel modello positivista è previsto che voi ricopriate il ruolo dei cani
e la professoressa De Fanis ricalchi le orme di Pavlov, mentre io,
attuale anima del dissenso, sia un soggetto da reprimere, con metodi arbitrari,
derivati dal sadismo connotato nell'unica verità, nell'unica fede,
nell'unico dio. Nel modello costruttivista, sorto come sistematizzazione
secondo dinamiche socio-psicologiche di un approccio che nessuno
si scandalizza ad etichettare come socratico o maieutico, si ha un relazionarsi
molto più "à la page", e un'accettazione serena del relativismo del messaggio
trasmesso. Quest'appagante struttura, tuttavia, trascina con sé
l'ombra di un impegno spossante e della necessaria costruzione
di un diffuso consenso che, una volta destituiti gli antichi pilastri,
non è ben chiaro dove seminare; posto anche che sia semplice
riconoscere un'autorità, tribuirle fiducia si configura indiscutibilmente
come un problema di livello superiore.
IL PIU' DELLE VOLTE E' UN FRAINTESO.
Non vorrei mai che crescere significhi non sapersi più perdere.
Mi oriento bene col principio dei quattro angoli retti, o il seguire la parete.
Ma sono così tentato dal tornare su altri passi. Questi orizzonti si inerpicano
per metri e metri. Ogni metro percorso da me, un metro d'orizzonte in più,
a parete verticale, senza appigli, senza riposo, senza affetto,
senza la possibilità di mollare gli ormeggi, una gara ai sette piani di scale,
al trasloco in un giorno.
Cosa sto facendo. Dovrei essere da Giuliana.
Invece sono inchiodato qui a rammentare umiliazioni.
Come quando da piccolo dovetti parlare con dei ragazzi di chiesa, e fui preso
dalla ferocia demolitiva del nuotatore che ha sbagliato una virata, del battito
d'ali in rotta con la calda corrente, delle preghiere inesaudite.
Lo scopo era quello di sollevarli dalle mansioni faticose,
non certo sostituirli; invece fu imbarazzo, e nessun riscatto.
Mi promisi una vendetta incentrata unicamente sul ricordo, eterno.
Indissolubile. Sarò peggio dell'inferno che vi siete costruiti.
Potrete insegnarmi come sia possibile perdersi in due gocce,
non guardare dove conduce un breve rettilineo, aggregarsi per condividere
la paura, non pensare e gioire del non-pensiero.
Alché vi sterminerò.
CHI NON SIA GIUDICE, SIA GUARDIANO.
Anch'io voglio perdermi. Amare e perdermi.
Michele io preferisco la schiettezza alla cortesia.
La schiettezza alla cortesia. La brutalità!
EGO TE ABSOLVO.
Brava Giuliana.
Certo, a volte mi sbaglio, a volte mi imbatto in solenni cantonate.
Come quando credevo si trattasse di questioni ferroviarie, e i soggetti invece
erano ben altri. Che ridere. A volte è un gioco di scatole cinesi,
dove sembra che il senso si rovesci ogni qual volta un bambino
si sbarazza di un involucro, più adulto, più maturo. E meno bambino.
Non sai mai chi hai davanti.
Ti dicono d'ogni concezione larvale che verrà riallacciata, presto,
presto capirai il perché. E invece ti trovi a lavorare sulle ombre,
indagare sull'incastro di pezzi minuscoli, nessuno nel frattempo se n'è curato,
le lancette si susseguono e l'aspetto avvizzisce.
Sono qui sotto un portico, sto invecchiando,
sarei dovuto essere da te molto tempo fa. Mi perdoni?
SI DELINEA UNA ROTTA RASENTE LE COLONNE D'ERCOLE.
Certo che ti perdono. Però non puoi sparire così, ti immaginavo già
chissà dove. Ogni volta mi getti nel panico, è spossante.
APPRODO.
Intrapersonale pensare al pensiero, ed altre iterazioni analoghe.
Raggiunta la padroneggiata soglia, pretendere, sì, pretendere, di potersi
sporgere oltre senza dar nell'occhio. Ma mi basta un sobbalzo, un'esitazione,
la singola contrazione di una pupilla, il tremolio del mento. Ne ho perfetta
coscienza, tanto da sentire il desiderio di sputare tutto in faccia ai miei
interlocutori - ma a costo di un martirio e di una mostruosità che non sono
disposto a pagare. Assistere alle manifestazioni di un amore così sconfinato
dev'essere ripugnante, un trauma irreversibile.
CHIOSA.
IRREVÉRSIBLE era anche il titolo di un romanzo erotico.
Francamente orrendo.
Ora ondiamo.
- Modificato il 20.07.08 - 5:35 pm -
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