This is Tasmegalpa

Il blog di elianto84 aka jack202

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Talora

_/-----------| 07.07.14 - 3:54 am |-----------\_

Correvo da te e mi affannavo eri il mio porto franco dal rumore, dalle muraglie e dalle maschere che si accrocchiano a guisa d'alambicco - abbiamo strappato il massimo che potevamo strappare alle nostre divinità personali? Predeterminazione è farsa. Rifugiarsi al tuo petto era come soffiare su una candela recidendo il giorno e le sue strutture. Con te giungeva la notte, assetata e calda l'istante che da sempre bramo come pietra filosofale, come panacea poter imprigionare un unico mostro, me stesso nel contatto di un tallone ogni forma esteriore ogni gorgo dell'anima ogni difetto, intolleranza era dissolto senza orizzonte, nessuna nube all'orizzonte senza tempo, nessun pensiero di morte. Se c'è stata una finestra in trent'anni per abbandonare l'inessenziale alle porte della capanna e dell'alcova io l'ho appena chiusa. Senza neppure desiderarlo.

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A diciott`anni

_/-----------| 01.07.14 - 6:49 pm |-----------\_

A diciott'anni tutti scrivono poesie. A trent'anni solo due categorie di persone insistono nel farlo: i poeti, e i cretini. Io appartengo alla seconda. Ciao, sono Jacopo. Ho smesso di scrivere perché nella mia vita tutta la poesia è svanita. Sono un ragazzotto con un sacco di rughe in volto, che fuma come un turco e non ha più voglia di esporsi. I miei amici convolano e procreano, mettono radici e scrivono "diventerai presto zio". Vorrei replicare con congratulazioni e auguri ma mi ripiego sul sempreverde silenzio - sono contento per voi tutti, certo, ma in primo luogo muoio d'invidia e sono molto scontento per me stesso. A volte mi sembra che la mia esistenza sia una sorta di corsa a ostacoli che mi conduce esattamente dove non volevo andare. Storie che mi esplodono in faccia, e tu guarda chi ha in mano l'innesco, il vecchio Jack. Il nocciolo della questione è che è un uomo molto insicuro, con una spiccata inclinazione alla dipendenze. Prende una donna, strappandola via senza troppe remore da qualunque contesto in cui essa si trovi, ne fa oggetto di venerazione, ne fa oggetto sessuale, se la cuce addosso e le si mostra nella spiacevole nudità della sua anima, zannuta, feroce. Ha un aspetto molto serio, il nano. Sin dalla più tenera età i compagni di scuola ne avevano timore. "Ha uno sguardo truce, maligno", dicevano. "Un giorno arriverà brandendo un'accetta e ci ammazzerà tutti", dicevano. Ma è stato solo un autolesionista. Conta i segni indebili che si è lasciato addosso. Un taglio con una lametta, sul pollice della mano sinistra. Due bruciature di sigaretta, sull'avambraccio sinistro. Un fantastico tatuaggio che ha già perso metà del suo valore simbolico, sul braccio destro. E una nocca appiattita, un bel diretto contro un muro. Adesso gli restano poster, ritagli di carta con omini stilizzati, immagini di mignoli incrociati, due paia di bacchette del ristorante giapponese, visioni di estrema tenerezza che si alternano a istantanee di estrema delusione, post-it, libri, nient'altro per cui valga la pena investire uno stipendio da professore. Quel misurare i giorni tra l'idillio e il burrone, tra gli abbracci inattesi e la distanza e la noia. Quel bel pavimento intarsiato di pretese, ripicche, sogni infranti ed estenuanti, inefficaci confronti. Adoravo guardarti mentre giravi seminuda per casa, fantasticando di giornate negli accampamenti di lenzuola, anche se non arrivavano mai. Adoravo essere puntuale per te. Cucinarti, lavarti i piatti, darti una mano in qualunque cosa fossi in grado d'aiutarti. Andava tutto molto vicino all'idea di uno scopo. Detestavo invece sentirmi raccontare cosa ne pensa "la gente", fantomatica creatura senza faccia; detestavo la tua intransigenza e i tuoi continui cambiamenti di programma, detestavo quando mi facevi sentire sotto stretta osservazione e vigilanza, candidato "in prova" o in attesa di un responso inappellabile. Nel tempo e nell'anima il dolce e l'amaro si sono mescolati così tenacemente che non c'è più bocca che possa scinderli. When I was in school, I eagerly awaited adulthood, thinking I would then be the master of my spare time. I was right, too, I did gain the freedom to do what I wanted, except that I no longer had time to do what I wanted. ---------------------------- Pierpaolo Capovilla - Quando ----------------------------
- Modificato il 03.07.14 - 2:20 pm -

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Raccontaci di come hai trascorso il Santo Natale

_/-----------| 22.12.13 - 5:29 pm |-----------\_

Sono mesi che non scrivo qualcosa con un degno scheletro. Ho praticamente smesso di leggere, se non si fa eccezione per il materiale che confluisce nella trasmissione radiofonica. Le mie interazioni sociali sono ridotte al minimo. Non esco a bere. In parte ho paura di ricadere nel tunnel in cui mi ero infilato un paio d'anni fa, in parte non mi alletta, né mi giova. Faccio tutto controvoglia, sbuffo in continuazione, e qualunque cosa faccia, sia essa studiare o cercare di imbalsamare le sinapsi davanti ad un telefilm sanguinolento, ho la testa altrove. Dovrei appendermi al collo uno di quei cartelli da bottega, "TORNO SUBITO". Ma sarebbe una menzogna, è già da un bel pezzo che sono andato via, e chissà quando tornerò a batter cassa. Accolgo come una manna ogni occasione in cui mi è possibile restare in silenzio, ad ascoltare lo sfrigolio di una sigaretta, di quelle industriali, che secondo fonti prossime a Men's Health dovrebbero ammazzarmi nell'arco di 10-15 giorni, staremo a vedere - per quelle artigianali è più laboriosa, e per questo snervante, la produzione che la fruizione. Persino la barista del laghetto di pesca sportiva dove spesso si reca mio padre, e dove oggi lui mi ha portato a vedere una gara e salutare Gianluigi, ha apostrofato i due D'Aurizio con saggezza popolare: "tuo figlio fa la cosa migliore, sta zitto." Si parlava appunto di quanto è lugubre il paese, per quanto decoroso e non privo di una certa bellezza naturalistica. "neppure la nostalgia riporta qui chi se ne va..." "ma è naturale, la nostalgia per lo più non è nostalgia dello scenario, ma delle persone che lo popolavano e di ciò che con loro abbiamo condiviso." Per questo, magari, uno fa anche ritorno, va a mangiare nello stesso posto dove cenava appena uscito da teatro, va a prendere un caffé, durante la ricreazione, nel bar a due passi da dove per lungo tempo ha abitato, prima lecitamente, poi abusivamente, per cortesia dell'allora compagna. Ma ovviamente non trova né l'ex compagna, né l'attuale, né il direttore artistico del teatro, né gli habitués del ristorante, e l'"esperimento nostalgia" è perfettamente assimilabile ad una passeggiata in un cimitero. Ricordate? Tempo fa accostavo il posto in cui mi trovo ad una lapide. Oggi prendo il marmo come un buon balsamo per la mia inquietudine. Dopo aver cercato, per tutto un vissuto, di tenere assieme i pezzi della mia cultura e della mia personalità dolorosamente contraddittoria, scadendo spesso in monomanie, ossessioni, fobie e angosce assortite, mi trovo ad essere il coronato monarca degli ignavi, a veder capitolare molti segni che mi ero illuso di poter salvare. Non mi interesso più di dibattito politico o di lotta al sistema. Non ho più grandi intuizioni (come andrò avanti nel lavoro che mi sono scelto, lo sa solo qualche monolite sull'isola di Pasqua) e nemmeno cerco di accattivare l'altrui plauso circa i miei GPRR, Grandi Proclami di Riforma Residui. Sono diventato insofferente e intollerante. Mi meraviglio profondamente di come tanti insistano nel difendere a spada tratta la bontà d'animo del sottoscritto, quando ho raccolto diversi indizi che ne suggeriscono l'insussistenza. Conduco un'esistenza vacua e anonima, ma non faccio niente per uscire da questo status. Osteggio tutto l'osteggiabile, con violenza animalesca, a parole, ma poi delle parole mi stanco e mi rintano quatto quatto nella sospensione della vita, dove posso non dare importanza a niente. E solo lì mi sento davvero libero, nella colossale indifferenza del meschino dio autoproclamatomi. Pronuncio volontà degne della migliore versione maschile dell'angelo del focolare, e dell'amore prima di tutto, con convinzione autentica, ma poi ripiombo nella Fame, al ritmo di un ciclo lunare accelerato di un fattore dieci o quindici. Come la designazione lascia presagire, la Fame è una brutta bestia. Ha alcune componenti somatiche legate ad un patologico fabbisogno di sesso, affetto o sottomissione dell'altro. Più comunemente è indotta da quel genere di viltà atta a scostare ogni grana, conflitto o asperità indesiderata, incluse quelle del soggetto agente. Nei periodi di Fame si sospende la relazione umana scatenante e ci si ingozza, di surrogati. Ognuno ha il suo gusto personale. Certi oziano, alcuni si lamentano con gli amici, altri si autoflagellano, altri ancora si strafanno, o si abbuffano, o pregano un totem di chiodi. Io mi chiudo in me stesso a doppia mandata, etichetto ogni cosa come "fastidioso inutile ciarpame" e immagino il modo più teatrale per portarlo fuori dalla mia vita a calci, per restare con una quotidianità analogamente insoddisfacente, ma più semplice e molto meno irritante. Forse me ne pentirò, così come mi sono pentito della quasi totalità delle azioni caine che ho intrapreso nei confronti di chi ha voluto starmi vicino. E quando sarò abbastanza cresciuto da figurarmi un modo per porre rimedio ai miei errori e trovare un equilibrio, i miei ostracizzati interlocutori (G. mi diceva "tu cerchi una donna part-time!", e a Bi è occorso poco per realizzare quanto posso essere avido, altro che le lusinghe di Monica - difetti? tu? e quali sarebbero?) saranno convolati verso più piacevoli lidi. Non posso certamente biasimarli, né forzarli a tollerare i miei tempi biblici o la mia incostanza: cresco di un mese ogni cinque anni! In treno, all'altezza di Bologna, devo abbandonare il mio posto non prenotato in favore di una giovane coppia. Pugliesi, entrambi. Di Foggia, per l'esattezza. Capelli cortissimi e unticci quelli di lui. La pelle bruciata dal sole; di una magrezza assassina che ne evidenzia gli zigomi come fossero quelli di un morto. Morto di stanchezza, a detta dello sguardo e delle sparute parole, dei gargarismi bofonchiati. Bella e bionda, lei, anche se dimessa e trasandata in una tutaccia d'acrilico. È su una sedia a rotelle e piange sommessamente, mentre il marito sistema i bagagli e la aggancia ai fermi in testa alla carrozza. Dev'esserci finita da poco, suppongo. "Grazie, amore mio." Non si dicono altro. Pochi istanti più tardi entra una giovane donna bruna, paffuta. Ha tra le mani una lattina di limonata e una grossa valigia. Indossa anche lei una tutaccia d'acrilico, e un k-way, blu. Si muove goffamente e si guarda intorno spaesata. Sarà un'altra che come me non ha il posto prenotato e non sa dove collocarsi in mezzo a questo marasma da carro bestiame. Nota che la donna sulla sedia a rotelle (d'ora in avanti, Caterina) piange e le chiede: "ma perché piange?" con spiccato accento infantil-bolognese. (Io penso: "ma perché non ti fai i cazzi tuoi?", ma non mi intrometto, reputandola ritardata o qualcosa del genere) Cerca di sistemare il suo bagaglio accanto ai fermi, ma il treno sobbalza e l'elefantessa da cristalleria finisce per urtare la sedia di Caterina, che la guarda attonita e terrorizzata. Interviene il marito (d'ora in avanti, Giuseppe) ad afferrare il bagaglio dell'elefantessa (d'ora in avanti, Modiana) e collocarlo salvificamente sull'apposito ripiano. Grassie, molte grassie. Modiana stende poi il suo k-way per terra, accanto alla sedia di Caterina, e vi si colloca sopra, con non poche difficoltà nella gestione della lattina, vuota. ("ma tra tanti posti... proprio Madre Teresa di Calcutta Scema deve fare?") M: Non devi piangere, la vita è brutta per tutti. Io quando sono triste ascolto la musica. Qua sul telefono (estrae un mostro digitale) ho un video di Eric Clapton, è molto bello. Aggeggia per riprodurlo e parte un riff a un volume imbarazzante, che cessa presto per l'esplosione di un qualche plugin. Modiana interroga tutti gli astanti per ripristinare l'esecuzione del brano. C: Io non lo so fare, però mio marito dovrebbe saper metterci mano. Giuseppe applica qualche tecnica di ju-jitsu elettronico e rivitalizza il mostro. Modiana cerca di erudire Caterina in fatto di musica. Faccia a faccia con il moloch, scandisce la parola "zucchero". M: Lui mi piace tanto, ed è anche così sexy. E' proprio sexy. Passano in rassegna diversi autori. Caterina sembra non conoscerne nessuno. C: Ma a me questi non piacciono. Io non la ascolto la radio, a casa mi metto a letto e guardo la tv. Ascolto quella che ha vinto "Amici", quella, come si chiama... amò tu lo sai, come si chiama quella che ha vinto "Amici", quella, dai! M: No, questa io non la conosco, non guardo tanto la tv. È anche per questo anche se sono rimasta un po' agli anni '80. Lo conosci Guccini? Ha scritto delle canzoni bellissime, certe fanno proprio piangere. C: Oddio, ho pianto fino ad adesso, meglio altre, forse... M: Ma no, son belle. Ce ne sono di nostalgiche, e tante che parlano di storie d'amore. La conosci la storia di Cirano? Penso: "la ritardata sta culturalmente demolendo la sciancata". Imbarazzato dall'aver concepito una cosa così abbietta, quasi di scatto mi volto a guardar fuori dal finestrino, dando le spalle alla combriccola e semi-fingendo d'essere immerso nei miei pensieri. Fuori è buio pesto, per cui è chiaro che sto utilizzando la superficie di vetro per continuare a osservare la scena di riflesso, ma non dovrebbero farci troppo caso. Modiana racconta a Caterina la storia di Cirano con una dovizia di particolari degna di Rostand, segnalando tutti i passaggi tralasciati da Guccini, quindi chiosando: "la canzone però finisce bene!". Giuseppe è a bocca aperta, Caterina altrettanto toccata. Ed è allora che questa, come per ricambiare quel motu coris regalatole da una sconosciuta, decide di raccontarle la sua, di storia. Caterina ha quarant'anni e due figlie, una di 24 ed una di 18. M: La prima l'hai avuta giovanissima! ci vuole coraggio! ("A sedici anni ci vuole incoscienza", penso io. Poi però penso anche che questa sta da ventiquattro anni con l'uomo, o quel che ne resta, che le siede di fronte, e continua a rivolgersi a lui chiamandolo "amore mio".) C: Eh, un po', sì. Dieci anni fa mi sono ammalata di ernia al disco, e mi sono dovuta operare. All'ospedale di Bari mi hanno praticamente sostituito parte di una vertebra con un'impalcatura metallica. Mi hanno proibito qualunque tipo di sforzo, ma io ho continuato a lavorare. E ho fatto lavori pesanti, perché giù, se vuoi mangiare, quelli devi fare. Il risultato è che ho cominciato a provare dolori sempre più persistenti, finché un paio di anni fa mi hanno fatto delle radiografie e hanno visto che tra l'osso e il metallo si sono formate diverse masse. I dolori si sono fatti lancinanti, alché sono andata a Bologna per un consulto. La prima brutta notizia che mi hanno dato è che dalle radiografie sembra che metterci mano sia rischiosissimo. In nove casi su dieci, mi hanno detto, resti paralizzata dal busto in giù. Poi mi hanno detto che a Bari sono dei macellai, perché per il tipo di materiale che mi hanno impiantato, fare una risonanza magnetica, per me, è come farmi strappare la spina dorsale. "Fai bene a non avvicinarti nemmeno alla stanza della risonanza, per quanto è pericoloso" - mi hanno detto. Senza una risonanza non possono avere nemmeno un'idea precisa di dove mettere le mani. Mi hanno prescritto una terapia a base di medicinali molto forti e morfina, per placare il dolore. Non riesco a stare in piedi per più di un minuto e sono mezza cieca. Sono tornata a Bologna perché non riesco più ad andare avanti, così. Qualunque cosa si possa fare io la voglio fare, riuscisse anche in un caso su cento. Io le palle ce l'ho, e tanto peggio di come sto adesso non posso finire. Posso restare paralizzata, certo. Ma tanto su una sedia a rotelle ci sto già." Continua.
- Modificato il 23.12.13 - 11:18 pm -

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Chi ha orecchi, o orecchie, per intendere

_/-----------| 25.11.13 - 2:03 am |-----------\_

Alla parata militare sputò negli occhi a un innocente e quando lui chiese: "Perché?" lui gli rispose "Questo è niente! E adesso è ora che io vada sulla mia cattiva straaada". A un diciottenne alcolizzato versò da bere ancora un poco e mentre quello lo guardava lui disse "Amico, ci scommetto, stai per dirmi: adesso è ora che io vada." L'alcolizzato lo capì, non disse niente e lo seguì, sulla sua cattiva strada. ----- Ci sono notti che all'improvviso il senso di versi parecchio oscuri diviene perfettamente chiaro. Finanche banale, scontato.
- Modificato il 25.11.13 - 2:12 am -

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Haiku

_/-----------| 16.09.13 - 3:03 am |-----------\_

Risposte nemmeno troppo soddisfacenti a degli aneliti frutto di una patologia. Risanato il caos primevo sparirà forse anche l'arsura che domina le mie pulsioni e il mio amore. È questo che intendevi, Dino, quando parlavi di ciò che è malattia? Anche tu cercavi altrove le risposte che né in te né in un dio albergavano? Ti biasimavano per questo? Anche tu morivi d'irrequietezza alla tua macchina da scrivere mentre le persone di buon senso attorno a te lodavano le tue doti e si arrovellavano a comprendere come mai queste non ti bastassero per stare bene, sentirti sicuro, vivere sereno com'è costume nei sobborghi popolati da gente comune, che nemmeno ha idea di quello di cui stiamo parlando?

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Smettetela tutti

_/-----------| 05.08.13 - 2:54 am |-----------\_

di dirmi "non ti colpevolizzare così", perché la colpa -è- mia. E' come pregare uno alto un metro e una lenticchia di non annunciarsi al mondo come basso. E' ridicolo. Sono io che sono stato una volta avventato, una volta troppo distratto, noncurante, irrispettoso, un'altra ipocrita e bugiardo (bugie bianche, sì, ma ciò non allevia il senso di colpa per aver violato un patto, mi avevi supplicato piangendo, cristo santo!) e non sono mai stato in grado di uccidere il drago, ma solo di dargli anestetici da quattro soldi. Per poi vederlo tornare ogni volta più funesto, e in compagnia di un crescente numero di draghi del passato. Reflussi di reflussi, le tue insicurezze accresciute. Fino a che non mi hai guardato negli occhi e mi hai detto, in tono molto convincente, "devi soffrire". Poi mi hai colpito al volto. Non so se è buffo, ma tra i due gesti, quello che davvero mi ha arrecato dolore è stato solo il primo. Non chiedermi di avere autostima. Per avere autostima è necessario che l'evidenza, anche in piccola misura, la supporti. E l'evidenza, qui, è unicamente la mia attitudine a calpestare merde. Non credo di essere in diritto di sentirmi un fico, per questo. Non chiedermi neppure che scopo abbiano i miei messaggi. Non hanno il fine di manipolarti, te ne ho combinate a sufficienza. Servono solo a farti capire che a te ci tengo, che di te mi preoccupo, che mi manchi. Anche se non sono la persona capace di cui ha bisogno, né, probabilmente, lo diventerò caricandomi di nuove promesse che, deliberatamente o meno, finirei per disattendere. Non so se la smetterò mai di ribadire che mi dispiace.
- Modificato il 05.08.13 - 4:07 am -

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Yin e Yang

_/-----------| 10.07.13 - 1:28 am |-----------\_

In frequenti casi di compromissione del giudizio si assiste ad uno scisma molto netto tra buono e cattivo, bianco e nero, lecito e criminoso. È un sostanziale regresso all'infanzia, alla fase di costruzione della moralità, dove questa compartimentazione è funzionale all'introspezione, al paragone e infine alla delimitazione dei confini dell'ego. Alla luce di errori e dolori i soggetti più razionali, tanto quanto quelli più emotivamente intelligenti, tendono a rivedere i confini tra gli estremi, elaborare "zone di grigio" molto complesse e infine abbracciare l'idea che tali diarchie siano inscindibili, in quanto già radicate in amalgama nell'animo di ognuno. E sempre nell'ambito della peculiarità psicologica (perifrasi atta a non sbilanciarsi nella direzione della "patologia") relativamente agli estremi dello spettro del giudizio si possono sottolineare due situazioni antitetiche, di "finitezza" o "infinitezza". Per un soggetto gravato dal demone dell'infinitezza, un cumulo di sabbia resta immutato anche sottraendogli un granello e ripetendo l'operazione un numero imprecisato di volte. Ciò denota un feroce attaccamento agli ideali, anche a scapito delle "faccende di vita concreta". L'infinitezza dona estrema risoluzione nel perseguire ciò che si reputa "buono","giusto" o "bello", ma l'attaccamento al mondo ideale fa sì che il soggetto risulti "insaziabile", e gli rende assai difficoltoso l'esercizio di empatia nei confronti dei suoi simili, collocandolo, di fatto, quasi sempre "altrove", o comunque lontano dall'altrui sentito. Per il soggetto gravato da "finitezza", invece, ponendo un granello di sabbia su un tavolo e ripetendo l'operazione un numero arbitrario di volte, non si giungerà mai ad avere un mucchio. Tali soggetti sono molto attaccati al mondo sensibile e sono facili all'appagamento, ma molto più alla delusione e alla collera, specie quando le loro concrete aspettative vengono tradite, anche fortuitamente o accidentalmente. Pongono grande attenzione al mondo esteriore, in quanto unica fonte in grado di soddisfare i loro bisogni. Per mancanza di motivazioni propulsive, tendono a volte ad essere pigri o a sottostimare le proprie capacità, nonostante queste siano, specie nell'ambito dell'esercizio di empatia e del supporto dell'altro, molto elevate. Tra gli svantaggi dell'infinitezza, possiamo annoverare anche il fatto che un soggetto munito di tale caratteristica non crederà mai che un qualsiasi quantitativo di dolore sia intollerabile, una situazione irreversibile o un problema insolubile, anche a costo di osteggiare la manifesta evidenza. Di contro, è probabile che un soggetto animato dal demone della finitezza si arrischi a pronunciare invettive di inaccettabilità, irreversibilità o insolubilità anche quando l'universo delle opinioni gli urli l'opposto. Per i primi l'amore non ammette un "troppo tardi". Corrono per questo il rischio di macerare in inconcludenti e insoddisfacenti lungaggini, per la difesa di una incrollabile fede (a volte, inevitabilmente, mal riposta) in un domani migliore. Per i secondi può bastare un alito di vento, o il tempo di aggrottare le sopracciglia, per sgretolare un'enorme, luccicante piramide di felicità vissute. Come queste fossero sempre un evanescente interludio tra noia e dolore, da vivere fin tanto che non lo si reputi menzognero. Uno dei più alti punti raggiungibili dall'interazione tra psiche, è che due soggetti caratterizzati da "peculiarità" opposte aprano le porte ognuno al modo di essere dell'altro, ne acquisiscano i "vantaggi" e si sbarazzino dei propri "difetti". Tale processo di costruzione o di scoperta del tutto è perfettamente assimilabile ai miti degli androgini o a simbologie religiose di contrapposizione e fusione degli opposti, che hanno attraversato, senza perdere mai di smalto, tutto il corso dei secoli.
- Modificato il 10.07.13 - 2:10 am -

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Un uomo

_/-----------| 09.07.13 - 1:59 am |-----------\_

Per un briciolo d'amore un uomo sarebbe disposto a tollerare le peggiori invettive della storia, farsi marchiare come un paria da un'onta di cui è incolpevole, accantonare le proprie debolezze costruendo dal nulla una forza che non possiede, accogliere senza ipocrisie divinità cui, fino al giorno addietro, tribuiva improperi, sentirsi negare alla prima imperfezione i frutti di ciò che, con dedizione da santo, aveva faticosamente cercato di insediare. Cessare la ricerca di punti fermi, fondare la propria sicurezza sulla trasparenza dell'altro e la possibilità di superare ogni ostacolo. Accettare persino di sbarazzarsi di grossi pezzi della propria sensibilità, ché chi ne possiede troppa è fragile e inadatto alla guida, non ha i prerequisiti del maschio alfa, e alla lunga stucca. Indagare e convincersi che l'assenza consolidi la presenza. Snaturarsi ed esserne appagato, più vicino alla fonte di due gocce d'amore. A volte così pigro, contraddittorio, assurdo o iracondo da sembrare il suo opposto, permeato d'infantilismi, colpi bassi, sadomasochismi. Dare, dare incessantemente, senza mai chiedere, per timore che sia troppo. Essere l'integro e innamorato J per se stessi e gli altri, e difendere la verità: alle accuse di essere l'orrendo disgustoso K, urlare e combattere, per il fronte del NO! Fino a rasentare la follia e pensare che sia tutto un pretesto a supporto dell'inesistenza del briciolo. O fino a vederlo svanire ed essere, di nuovo, persi, sconfitti senza appello. Come quel pomeriggio, fiotti di bile sul cuscino e sulle mie mani, e le urla di mia nonna che cercava di strapparmi allo spettacolo, "non guardare!" strepitava, e provava a portarmi via, strattonandomi per la vita. Non so con quale freddezza, o profonda saggezza, in quell'occasione ho voluto guardare la morte negli occhi. Non credo che alcun maestro, anche avendo a disposizione l'interezza del tempo, possa insegnarmi più di quanto io ho appreso in quell'istante in cui ho contravvenuto ad un ordine. Forza e dolore si avvicinano spesso, e si sostengono a vicenda.
- Modificato il 09.07.13 - 2:01 am -

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Real penguins

_/-----------| 06.07.13 - 10:47 pm |-----------\_

Questa faccenda della stizza, appresa o assimilata da te non è che mi piaccia molto. A volte ti comporti come una bambina assai viziata, che vuole aver ragione a tutti i costi. Il che è strano, dato che sei cresciuta in una famiglia numerosa. Ho provato a darti ragione senza discutere. Sono stato così l'uomo senza nerbo, lo zerbino. Ho provato a discutere alzando la voce. Sono stato così l'uomo violento, inaccettabile (sono felice che questa mia connotazione stia svanendo, anche se a volte resta nei pensieri, e molto nei sogni. Mi vengono in mente le parole di G.: "ti sei piallato una nocca contro un muro? Per quanto ti conosco, la cosa non mi stupisce"). Ho provato a discutere mettendo le emozioni in parole, con precisione nel dettaglio e massimo pragmatismo, che essere solo un po' vaghi o poetici è sconveniente per colui che deve ricoprire il virile e barbaro ruolo "dell'uomo" - quello che, senza alcuna insicurezza, sa sempre sapere cosa fare, come e quando, e sa sedurre, sa tenere a sé, sa essere autorevole. Ma provando sono stato l'uomo pesante, gravoso e vecchio, incapace di leggerezza. Devo capire qual è la via per consegnarti ciò che meriti, ed avere ciò che desidero, senza che vittorie parziali si rivelino, alla lunga, delle disfatte. Realizzare il possibile, e magari parte dell'impossibile, mentre guardo una nostra foto. Chissà in quale recesso o cassetto, e di chi, andrà ad ingiallire. Sei a due passi da me, eppure mi manchi, nemmeno fossi partita per l'Antartide.
- Modificato il 06.07.13 - 10:52 pm -

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Quando e se

_/-----------| 16.06.13 - 1:29 am |-----------\_

scegli di stringere una relazione con un soggetto autistico, devi stare al suo modo di relazionarsi con il mondo. Non puoi imporgli il contatto fisico o visivo, non puoi imporgli ciò cui sei "abituato", per la tua esperienza di vita con le persone "normali". Se lo fai, lui sperimenta una crisi, e crisi dopo crisi, alla fine, implode. È vero che non lo so descrivere. È fottutamente vero.
- Modificato il 16.06.13 - 3:54 pm -

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