This is Tasmegalpa

Il blog di elianto84 aka jack202

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This Is Tasmegalpa - Encoded by Elianto84
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Non ci sono colpe.

_/-----------| 03.11.14 - 4:39 am |-----------\_

Quello che è accaduto è che ho avvertito una grossa parte di me, del mio tempo, della mia dedizione, dei miei sogni, scaraventata tra le pieghe del passato come un giocattolo in disuso. Ho provato dolore, terrore, un profondo vuoto. Di senso, soprattutto. Ciò che dovrei tacere, per proteggervi da verità acuminate e scomode, è che ho avvertito anche sollievo. Liberazione dall'essere incessantemente contrastato, allontanato, criticato, sminuito, costretto a interpretare una versione edulcorata di me stesso. Di riflesso, in qualche occasione sono stato un cane. Non ne annovero molte, e concretamente non ho fatto assai di peggio che alzare la voce (bazzecole, al pari di quanto combinato in passato; per pudore, l'elenco dell'ignominia sarà omesso), ma le conseguenze sono andate ben oltre il più surreale dei melodrammi, e il punto di non-ritorno è stato oltrepassato in un battibaleno: due anni, o poco più. Peccato, probabilmente sarebbero bastati nervi più saldi da un lato, e un briciolo di serena accettazione dall'altro. Ma ahimè è indiscutibile che ci sia un limite alle richieste che possono essere avanzate, da qualsivoglia fronte di guerra, e ad ognuno i suoi meccanismi di difesa/sopravvivenza, così come le spine per le rose. Sì, sono qui a discorrere di quanto possa essere produttivo piangere sul latte versato: lo sostiene anche Saramago. Sono fiero d'averti reso una persona più conscia delle sue possibilità (professionali e non), un pizzico meno guerrafondaia, un pizzico meno intransigente. Realisticamente, sono stato solo un catalizzatore del processo, e non ho molt'altro di cui vantarmi, eccetto l'averti amata davvero, esserti stato fedele e devoto al limite delle mie possibilità, e ben oltre. Non sono stato capace di renderti emotivamente più stabile o coerente con le tue scelte: sarà perché non si può donare ciò che non si possiede o padroneggia? Spunto di riflessione piuttosto profondo. In ogni caso, quel capitolo della nostra vita ora è concluso. Non c'è alcun bisogno di segregarlo in un cassetto di una scrivania a migliaia di chilometri dalla vera casa (per il sottoscritto, è quella che si sceglie, non quella in cui si viene al mondo), esso non è una minaccia. Inoltre l'irraggiungibilità fisica non ha niente a che vedere con la reperibilità mnemonica: salvezza e dannazione, come sempre, nella copertina del medesimo libro. Che l'entità femminile incarni in sé qualcosa di abominevole e potenzialmente fatale, l'ho creduto prima, l'ho pensato durante e forse lo riterrò vero anche dopo la nostra relazione: non te ne sentire in colpa. Non ci sono colpe. Ciò che desidero adesso è di sognare attraverso gli occhi di G. Ciò che desidero adesso è di sentirmi libero, vivo, sereno, amare quella deliziosa e perversa bambina, così simile a me con tutta la scelleratezza e l'onestà di cui sono capace, e ben oltre.
- Modificato il 03.11.14 - 2:30 pm -

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LARS

_/-----------| 03.10.14 - 9:51 pm |-----------\_


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How to avoid time, part I

_/-----------| 24.09.14 - 11:03 pm |-----------\_


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Padania

_/-----------| 08.09.14 - 1:38 am |-----------\_

Se un sogno si attacca come una colla all'anima tutto diventa vero oppure no.

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La duplice natura

_/-----------| 29.08.14 - 4:14 am |-----------\_

La duplice natura dell'elettrone è racchiusa nell'essere simultaneamente corpuscolo e onda. Riconosciamo che l'elettrone è un corpuscolo quando lo facciamo scontrare contro un suo simile, e quello che osserviamo è un brevissimo match di biliardo. Ma se invece facciamo dirigere una nutrita rappresentanza di elettroni contro una parete con delle fenditure, quello che osserviamo all'uscita non è un ordinato incedere di proiettili, ma qualcosa che assomiglia a una diaspora, uniforme in tutte le direzioni. E allora l'elettrone, non potendo calzare né le vesti del duro né quelle del tenero, è costretto ad essere un po' l'uno un po' l'altro. Spesso neppure ci accorgiamo della complessità nascosta dietro l'agguerrito affermare "l'elettrone è", "la forza è". L'elettrone non esiste, la forza non esiste, e non vi capiterà di incrociare il signor radice-di-due al supermarket. Mi hanno insegnato la cautela nell'utilizzo delle parole "tu sei" nella vita di tutti i giorni. Siamo stati così grati alla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, che nella lingua comune abbiamo pienamente accettato "è" come forma sincopata di "fa", o "spiega bene ciò si percepisce". Pochi ambiti sono riusciti a tenersi al riparo da questa orwelliana semplificazione. Il possedere una normativa riguardo l'utilizzo dei quantificatori esistenziali permette ad esempio ai matematici come me di tenersi al riparo dall'"opinabile". Nel mio settore se un parere è conforme alla Legge esso stesso è Legge. Paradossalmente, questa peculiarità così austera è uno degli elementi che rende la Matematica una disciplina molto più sociale di qualunque disciplina umanistica. I matematici si spronano vicendevolmente, sono generalmente molto favorevoli a condividere con il mondo intero il loro operato, e quando si osteggiano non tarda mai troppo il momento in cui uno dei due capitola, non serbando rancore nei confronti dell'altro, ma anzi ringraziandolo d'avergli aperto gli occhi su qualcosa di fallace. E' piuttosto semplice cadere in trappola: il criterio di verità è autoreferenziale ed è stato affinato in millenni di storia al fine di rispondere, essenzialmente, a due sole prerogative: la semplicità e la potenza. E' questo il modo, comunitario, che abbiamo scelto per avvicinarci, o sostituirci, a Dio. Nell'ambito umanistico hanno invece prevalso molto più fenomeni "individualistici". Prendiamo ad esempio l'affermarsi della corrente dell'ermetismo. Non vi è alcuno scopo ultimo o storico per sbriciolare la morale di un testo entro i soggettivissimi confini esperenziali di chi ne fruisce, solo un nobile e poetico atto di resa di fronte ad una universalità irraggiungibile. Come rivolgersi a Caino ed Abele ordinando loro che dove non semini uno, semini l'altro. Quei due erano sempre troppo occupati a tenere la contabilità, in partita unica, limitatamente alla sola colonna dell'avere, per pensare davvero a cosa darsi l'un l'altro, o regalare al mondo avvenire. Dio disse: "Fifoni, banderuole, proclamatori di falsità. Siete stati molto sciocchi, voi due. Bando alle ciance. La condanna è che tu, Abele, abbandonerai il tuo amato fratello per venire a risiedere tra i tediosissimi e vacui fasti delle alte sfere. Animum debes mutare, non caelum, dirà qualcuno avveduto tra diversi secoli. Ma per te farò un'eccezione, ti farò saggiare i tuoi sterili desideri, per sempre, e mai ti permetterò di rivedere tuo fratello. Mentre per te, Caino, ho riservato un trattamento fantasioso e romanzesco: passerai alla storia come fratricida. A discolpa di orrendi crimini, molti uomini e donne si giustificheranno affermando che nelle loro vene scorre il tuo sangue, il sangue di un assassino, e l'umanità tutta è vittima di un'onta insanabile. Un efferato assassinio, sarà questo che farò credere a tutti, a giustificazione dell'improvvisa scomparsa di tuo fratello, Dovrai convivere per tutta la vita con il senso di colpa di un misfatto mai compiuto, e ogni volta che tenterai di affermare la tua verità - l'unica testimone della mia divina e irragionevole crudeltà - nessuno ti crederà." "Noli, obsecro, turbare circulos meos..." pronunciò lentamente Caino, il cui pensiero, come in ogni momento di sconforto, era volato ai numeri.
- Modificato il 29.08.14 - 4:18 am -

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Il connubio

_/-----------| 22.07.14 - 6:04 am |-----------\_

Il connubio uomo-macchina ha delle potenzialità incredibili. L'essere senziente e il cretino veloce si completano come neppure il diligente lavoratore e il politico corrotto potranno mai sognare. Tu rovesci sul monitor un risicato bagaglio di strategie e sporchi trucchi, faticosamente conquistato in eoni di interscambi con i tuoi simili, lei ti fornisce un ergonomico accesso alla biblioteca di Alessandria ed abbatte i tuoi tempi di esecuzione di un fattore almeno dieci, concedendoti in linea teorica di spaziare sette volte più in largo o sette volte più in profondità rispetto a quanto avresti potuto fare in assenza di tale ausilio. E' qualcosa di paragonabile all'invenzione della lavatrice, ma con ricadute sull'evoluzione della specie che vanno ben al di là del possedere lenzuola pulite. E' un patto con il diavolo che rende il tempo biologico assai più malleabile. E un patto particolarmente accattivante, poiché lo scotto da pagare, come in quel racconto di Asimov, è soltanto il rischio di non poterne fare più a meno, quando paghiamo un analogo prezzo già in numerose circostanze nella vita, e non ce ne pentiamo. In mezzo secolo dall'invenzione del diavolo, pochi ne hanno colto lo straordinario potere, ancora meno l'hanno valorizzato e quasi tutti hanno optato per un uso deprecabile del nuovo protagonista delle nostre esistenze. E' concepito apposta per darci l'opportunità di arrivare dove mai potremmo altrimenti, e finiamo per farci inghiottire da specchietti per le allodole che altro non fanno che erigere muri e rincretinirci, rincretinirci ed erigere muri. Abbiamo cercato nel diavolo quello che non può darci, sicurezza, affetto, calore umano, e lui si è divertito moltissimo a gabbarci, lucrandoci profumatamente sopra (voi non l'avreste fatto, nei suoi panni?) e infrangendo inesorabilmente ogni speranza d'autenticità d'amore fra i pixel. D'altro canto era stato chiaro, aveva detto: "Ti darò uno strumento, ma non una donna. Per quella, devi rivolgerti al mio collega, le importa a prezzo stracciato dalla Cina, dove le fabbricano con il fango, costolette di maiale e copertine di Vanity Fair. Io ti offro solo la conoscenza." Meglio perciò stare al patto. Il diavolo ne sa una più di se stesso.
- Modificato il 22.07.14 - 9:20 pm -

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Talora

_/-----------| 07.07.14 - 3:54 am |-----------\_

Correvo da te e mi affannavo eri il mio porto franco dal rumore, dalle muraglie e dalle maschere che si accrocchiano a guisa d'alambicco - abbiamo strappato il massimo che potevamo strappare alle nostre divinità personali? Predeterminazione è farsa. Rifugiarsi al tuo petto era come soffiare su una candela recidendo il giorno e le sue strutture. Con te giungeva la notte, assetata e calda l'istante che da sempre bramo come pietra filosofale, come panacea poter imprigionare un unico mostro, me stesso nel contatto di un tallone ogni forma esteriore ogni gorgo dell'anima ogni difetto, intolleranza era dissolto senza orizzonte, nessuna nube all'orizzonte senza tempo, nessun pensiero di morte. Se c'è stata una finestra in trent'anni per abbandonare l'inessenziale alle porte della capanna e dell'alcova io l'ho appena chiusa. Senza neppure desiderarlo.

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A diciott`anni

_/-----------| 01.07.14 - 6:49 pm |-----------\_

A diciott'anni tutti scrivono poesie. A trent'anni solo due categorie di persone insistono nel farlo: i poeti, e i cretini. Io appartengo alla seconda. Ciao, sono Jacopo. Ho smesso di scrivere perché nella mia vita tutta la poesia è svanita. Sono un ragazzotto con un sacco di rughe in volto, che fuma come un turco e non ha più voglia di esporsi. I miei amici convolano e procreano, mettono radici e scrivono "diventerai presto zio". Vorrei replicare con congratulazioni e auguri ma mi ripiego sul sempreverde silenzio - sono contento per voi tutti, certo, ma in primo luogo muoio d'invidia e sono molto scontento per me stesso. A volte mi sembra che la mia esistenza sia una sorta di corsa a ostacoli che mi conduce esattamente dove non volevo andare. Storie che mi esplodono in faccia, e tu guarda chi ha in mano l'innesco, il vecchio Jack. Il nocciolo della questione è che è un uomo molto insicuro, con una spiccata inclinazione alla dipendenze. Prende una donna, strappandola via senza troppe remore da qualunque contesto in cui essa si trovi, ne fa oggetto di venerazione, ne fa oggetto sessuale, se la cuce addosso e le si mostra nella spiacevole nudità della sua anima, zannuta, feroce. Ha un aspetto molto serio, il nano. Sin dalla più tenera età i compagni di scuola ne avevano timore. "Ha uno sguardo truce, maligno", dicevano. "Un giorno arriverà brandendo un'accetta e ci ammazzerà tutti", dicevano. Ma è stato solo un autolesionista. Conta i segni indebili che si è lasciato addosso. Un taglio con una lametta, sul pollice della mano sinistra. Due bruciature di sigaretta, sull'avambraccio sinistro. Un fantastico tatuaggio che ha già perso metà del suo valore simbolico, sul braccio destro. E una nocca appiattita, un bel diretto contro un muro. Adesso gli restano poster, ritagli di carta con omini stilizzati, immagini di mignoli incrociati, due paia di bacchette del ristorante giapponese, visioni di estrema tenerezza che si alternano a istantanee di estrema delusione, post-it, libri, nient'altro per cui valga la pena investire uno stipendio da professore. Quel misurare i giorni tra l'idillio e il burrone, tra gli abbracci inattesi e la distanza e la noia. Quel bel pavimento intarsiato di pretese, ripicche, sogni infranti ed estenuanti, inefficaci confronti. Adoravo guardarti mentre giravi seminuda per casa, fantasticando di giornate negli accampamenti di lenzuola, anche se non arrivavano mai. Adoravo essere puntuale per te. Cucinarti, lavarti i piatti, darti una mano in qualunque cosa fossi in grado d'aiutarti. Andava tutto molto vicino all'idea di uno scopo. Detestavo invece sentirmi raccontare cosa ne pensa "la gente", fantomatica creatura senza faccia; detestavo la tua intransigenza e i tuoi continui cambiamenti di programma, detestavo quando mi facevi sentire sotto stretta osservazione e vigilanza, candidato "in prova" o in attesa di un responso inappellabile. Nel tempo e nell'anima il dolce e l'amaro si sono mescolati così tenacemente che non c'è più bocca che possa scinderli. When I was in school, I eagerly awaited adulthood, thinking I would then be the master of my spare time. I was right, too, I did gain the freedom to do what I wanted, except that I no longer had time to do what I wanted. ---------------------------- Pierpaolo Capovilla - Quando ----------------------------
- Modificato il 03.07.14 - 2:20 pm -

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Raccontaci di come hai trascorso il Santo Natale

_/-----------| 22.12.13 - 5:29 pm |-----------\_

Sono mesi che non scrivo qualcosa con un degno scheletro. Ho praticamente smesso di leggere, se non si fa eccezione per il materiale che confluisce nella trasmissione radiofonica. Le mie interazioni sociali sono ridotte al minimo. Non esco a bere. In parte ho paura di ricadere nel tunnel in cui mi ero infilato un paio d'anni fa, in parte non mi alletta, né mi giova. Faccio tutto controvoglia, sbuffo in continuazione, e qualunque cosa faccia, sia essa studiare o cercare di imbalsamare le sinapsi davanti ad un telefilm sanguinolento, ho la testa altrove. Dovrei appendermi al collo uno di quei cartelli da bottega, "TORNO SUBITO". Ma sarebbe una menzogna, è già da un bel pezzo che sono andato via, e chissà quando tornerò a batter cassa. Accolgo come una manna ogni occasione in cui mi è possibile restare in silenzio, ad ascoltare lo sfrigolio di una sigaretta, di quelle industriali, che secondo fonti prossime a Men's Health dovrebbero ammazzarmi nell'arco di 10-15 giorni, staremo a vedere - per quelle artigianali è più laboriosa, e per questo snervante, la produzione che la fruizione. Persino la barista del laghetto di pesca sportiva dove spesso si reca mio padre, e dove oggi lui mi ha portato a vedere una gara e salutare Gianluigi, ha apostrofato i due D'Aurizio con saggezza popolare: "tuo figlio fa la cosa migliore, sta zitto." Si parlava appunto di quanto è lugubre il paese, per quanto decoroso e non privo di una certa bellezza naturalistica. "neppure la nostalgia riporta qui chi se ne va..." "ma è naturale, la nostalgia per lo più non è nostalgia dello scenario, ma delle persone che lo popolavano e di ciò che con loro abbiamo condiviso." Per questo, magari, uno fa anche ritorno, va a mangiare nello stesso posto dove cenava appena uscito da teatro, va a prendere un caffé, durante la ricreazione, nel bar a due passi da dove per lungo tempo ha abitato, prima lecitamente, poi abusivamente, per cortesia dell'allora compagna. Ma ovviamente non trova né l'ex compagna, né l'attuale, né il direttore artistico del teatro, né gli habitués del ristorante, e l'"esperimento nostalgia" è perfettamente assimilabile ad una passeggiata in un cimitero. Ricordate? Tempo fa accostavo il posto in cui mi trovo ad una lapide. Oggi prendo il marmo come un buon balsamo per la mia inquietudine. Dopo aver cercato, per tutto un vissuto, di tenere assieme i pezzi della mia cultura e della mia personalità dolorosamente contraddittoria, scadendo spesso in monomanie, ossessioni, fobie e angosce assortite, mi trovo ad essere il coronato monarca degli ignavi, a veder capitolare molti segni che mi ero illuso di poter salvare. Non mi interesso più di dibattito politico o di lotta al sistema. Non ho più grandi intuizioni (come andrò avanti nel lavoro che mi sono scelto, lo sa solo qualche monolite sull'isola di Pasqua) e nemmeno cerco di accattivare l'altrui plauso circa i miei GPRR, Grandi Proclami di Riforma Residui. Sono diventato insofferente e intollerante. Mi meraviglio profondamente di come tanti insistano nel difendere a spada tratta la bontà d'animo del sottoscritto, quando ho raccolto diversi indizi che ne suggeriscono l'insussistenza. Conduco un'esistenza vacua e anonima, ma non faccio niente per uscire da questo status. Osteggio tutto l'osteggiabile, con violenza animalesca, a parole, ma poi delle parole mi stanco e mi rintano quatto quatto nella sospensione della vita, dove posso non dare importanza a niente. E solo lì mi sento davvero libero, nella colossale indifferenza del meschino dio autoproclamatomi. Pronuncio volontà degne della migliore versione maschile dell'angelo del focolare, e dell'amore prima di tutto, con convinzione autentica, ma poi ripiombo nella Fame, al ritmo di un ciclo lunare accelerato di un fattore dieci o quindici. Come la designazione lascia presagire, la Fame è una brutta bestia. Ha alcune componenti somatiche legate ad un patologico fabbisogno di sesso, affetto o sottomissione dell'altro. Più comunemente è indotta da quel genere di viltà atta a scostare ogni grana, conflitto o asperità indesiderata, incluse quelle del soggetto agente. Nei periodi di Fame si sospende la relazione umana scatenante e ci si ingozza, di surrogati. Ognuno ha il suo gusto personale. Certi oziano, alcuni si lamentano con gli amici, altri si autoflagellano, altri ancora si strafanno, o si abbuffano, o pregano un totem di chiodi. Io mi chiudo in me stesso a doppia mandata, etichetto ogni cosa come "fastidioso inutile ciarpame" e immagino il modo più teatrale per portarlo fuori dalla mia vita a calci, per restare con una quotidianità analogamente insoddisfacente, ma più semplice e molto meno irritante. Forse me ne pentirò, così come mi sono pentito della quasi totalità delle azioni caine che ho intrapreso nei confronti di chi ha voluto starmi vicino. E quando sarò abbastanza cresciuto da figurarmi un modo per porre rimedio ai miei errori e trovare un equilibrio, i miei ostracizzati interlocutori (G. mi diceva "tu cerchi una donna part-time!", e a Bi è occorso poco per realizzare quanto posso essere avido, altro che le lusinghe di Monica - difetti? tu? e quali sarebbero?) saranno convolati verso più piacevoli lidi. Non posso certamente biasimarli, né forzarli a tollerare i miei tempi biblici o la mia incostanza: cresco di un mese ogni cinque anni! In treno, all'altezza di Bologna, devo abbandonare il mio posto non prenotato in favore di una giovane coppia. Pugliesi, entrambi. Di Foggia, per l'esattezza. Capelli cortissimi e unticci quelli di lui. La pelle bruciata dal sole; di una magrezza assassina che ne evidenzia gli zigomi come fossero quelli di un morto. Morto di stanchezza, a detta dello sguardo e delle sparute parole, dei gargarismi bofonchiati. Bella e bionda, lei, anche se dimessa e trasandata in una tutaccia d'acrilico. È su una sedia a rotelle e piange sommessamente, mentre il marito sistema i bagagli e la aggancia ai fermi in testa alla carrozza. Dev'esserci finita da poco, suppongo. "Grazie, amore mio." Non si dicono altro. Pochi istanti più tardi entra una giovane donna bruna, paffuta. Ha tra le mani una lattina di limonata e una grossa valigia. Indossa anche lei una tutaccia d'acrilico, e un k-way, blu. Si muove goffamente e si guarda intorno spaesata. Sarà un'altra che come me non ha il posto prenotato e non sa dove collocarsi in mezzo a questo marasma da carro bestiame. Nota che la donna sulla sedia a rotelle (d'ora in avanti, Caterina) piange e le chiede: "ma perché piange?" con spiccato accento infantil-bolognese. (Io penso: "ma perché non ti fai i cazzi tuoi?", ma non mi intrometto, reputandola ritardata o qualcosa del genere) Cerca di sistemare il suo bagaglio accanto ai fermi, ma il treno sobbalza e l'elefantessa da cristalleria finisce per urtare la sedia di Caterina, che la guarda attonita e terrorizzata. Interviene il marito (d'ora in avanti, Giuseppe) ad afferrare il bagaglio dell'elefantessa (d'ora in avanti, Modiana) e collocarlo salvificamente sull'apposito ripiano. Grassie, molte grassie. Modiana stende poi il suo k-way per terra, accanto alla sedia di Caterina, e vi si colloca sopra, con non poche difficoltà nella gestione della lattina, vuota. ("ma tra tanti posti... proprio Madre Teresa di Calcutta Scema deve fare?") M: Non devi piangere, la vita è brutta per tutti. Io quando sono triste ascolto la musica. Qua sul telefono (estrae un mostro digitale) ho un video di Eric Clapton, è molto bello. Aggeggia per riprodurlo e parte un riff a un volume imbarazzante, che cessa presto per l'esplosione di un qualche plugin. Modiana interroga tutti gli astanti per ripristinare l'esecuzione del brano. C: Io non lo so fare, però mio marito dovrebbe saper metterci mano. Giuseppe applica qualche tecnica di ju-jitsu elettronico e rivitalizza il mostro. Modiana cerca di erudire Caterina in fatto di musica. Faccia a faccia con il moloch, scandisce la parola "zucchero". M: Lui mi piace tanto, ed è anche così sexy. E' proprio sexy. Passano in rassegna diversi autori. Caterina sembra non conoscerne nessuno. C: Ma a me questi non piacciono. Io non la ascolto la radio, a casa mi metto a letto e guardo la tv. Ascolto quella che ha vinto "Amici", quella, come si chiama... amò tu lo sai, come si chiama quella che ha vinto "Amici", quella, dai! M: No, questa io non la conosco, non guardo tanto la tv. È anche per questo anche se sono rimasta un po' agli anni '80. Lo conosci Guccini? Ha scritto delle canzoni bellissime, certe fanno proprio piangere. C: Oddio, ho pianto fino ad adesso, meglio altre, forse... M: Ma no, son belle. Ce ne sono di nostalgiche, e tante che parlano di storie d'amore. La conosci la storia di Cirano? Penso: "la ritardata sta culturalmente demolendo la sciancata". Imbarazzato dall'aver concepito una cosa così abbietta, quasi di scatto mi volto a guardar fuori dal finestrino, dando le spalle alla combriccola e semi-fingendo d'essere immerso nei miei pensieri. Fuori è buio pesto, per cui è chiaro che sto utilizzando la superficie di vetro per continuare a osservare la scena di riflesso, ma non dovrebbero farci troppo caso. Modiana racconta a Caterina la storia di Cirano con una dovizia di particolari degna di Rostand, segnalando tutti i passaggi tralasciati da Guccini, quindi chiosando: "la canzone però finisce bene!". Giuseppe è a bocca aperta, Caterina altrettanto toccata. Ed è allora che questa, come per ricambiare quel motu coris regalatole da una sconosciuta, decide di raccontarle la sua, di storia. Caterina ha quarant'anni e due figlie, una di 24 ed una di 18. M: La prima l'hai avuta giovanissima! ci vuole coraggio! ("A sedici anni ci vuole incoscienza", penso io. Poi però penso anche che questa sta da ventiquattro anni con l'uomo, o quel che ne resta, che le siede di fronte, e continua a rivolgersi a lui chiamandolo "amore mio".) C: Eh, un po', sì. Dieci anni fa mi sono ammalata di ernia al disco, e mi sono dovuta operare. All'ospedale di Bari mi hanno praticamente sostituito parte di una vertebra con un'impalcatura metallica. Mi hanno proibito qualunque tipo di sforzo, ma io ho continuato a lavorare. E ho fatto lavori pesanti, perché giù, se vuoi mangiare, quelli devi fare. Il risultato è che ho cominciato a provare dolori sempre più persistenti, finché un paio di anni fa mi hanno fatto delle radiografie e hanno visto che tra l'osso e il metallo si sono formate diverse masse. I dolori si sono fatti lancinanti, alché sono andata a Bologna per un consulto. La prima brutta notizia che mi hanno dato è che dalle radiografie sembra che metterci mano sia rischiosissimo. In nove casi su dieci, mi hanno detto, resti paralizzata dal busto in giù. Poi mi hanno detto che a Bari sono dei macellai, perché per il tipo di materiale che mi hanno impiantato, fare una risonanza magnetica, per me, è come farmi strappare la spina dorsale. "Fai bene a non avvicinarti nemmeno alla stanza della risonanza, per quanto è pericoloso" - mi hanno detto. Senza una risonanza non possono avere nemmeno un'idea precisa di dove mettere le mani. Mi hanno prescritto una terapia a base di medicinali molto forti e morfina, per placare il dolore. Non riesco a stare in piedi per più di un minuto e sono mezza cieca. Sono tornata a Bologna perché non riesco più ad andare avanti, così. Qualunque cosa si possa fare io la voglio fare, riuscisse anche in un caso su cento. Io le palle ce l'ho, e tanto peggio di come sto adesso non posso finire. Posso restare paralizzata, certo. Ma tanto su una sedia a rotelle ci sto già." Continua.
- Modificato il 23.12.13 - 11:18 pm -

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Chi ha orecchi, o orecchie, per intendere

_/-----------| 25.11.13 - 2:03 am |-----------\_

Alla parata militare sputò negli occhi a un innocente e quando lui chiese: "Perché?" lui gli rispose "Questo è niente! E adesso è ora che io vada sulla mia cattiva straaada". A un diciottenne alcolizzato versò da bere ancora un poco e mentre quello lo guardava lui disse "Amico, ci scommetto, stai per dirmi: adesso è ora che io vada." L'alcolizzato lo capì, non disse niente e lo seguì, sulla sua cattiva strada. ----- Ci sono notti che all'improvviso il senso di versi parecchio oscuri diviene perfettamente chiaro. Finanche banale, scontato.
- Modificato il 25.11.13 - 2:12 am -

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