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Monologo per sassofono
e chitarra elettrica

_/-----------| 21.06.04 - 4:03 pm |-----------\_

[successiva revisione del titolo: "Acid Jazz"] Se mai vi troverete a Montreal ad abbracciare Michelle, ricordate di portarle le mie spoglie in fastoso corteo, davanti alla cascata. Ho sempre sognato un enorme fiume che scorre su un letto di neve. E corrode freddo e lento un vastissimo panorama di desolazione, fragile ed eterno come un patto di sangue. Ho sempre sognato che Michelle mi desse un bacio. Disteso sulle mattonelle sconnesse. Vecchia la finestra e raggrinzita. Pezzi di lacca da mandar via con le unghie. Sono chiuso al buio di una gabbia ingombra. Lei è uscita dalla porta lasciandosi alle spalle un gran rumore. Ieri è arrivato il silenzio. Quello che precede i grandi annunci, il fracassarsi dei mobili, le promesse. Giulia fu la migliore. Arrivò qui trascinando una grossa scatola zeppa di libri. Trascorrevamo ore sul divano a rimbecillirci di progetti. Bambini. Come se tutta la ferraglia del sud europa, fin nei dettagli geografici più insignificanti, fosse stata disintegrata da un'occhiata fugace. Lei, piccola orchidea contro il mio petto, giurava che presto saremmo partiti per Berlino, Parigi, Lisbona. I nostri giochi di carta e parole avrebbero fatto felice il mondo. Ci addormentavamo stretti ed ubriachi, in un'eco immobile di tapparelle abbassate. Ci svegliavamo quando uno dava una gomitata all'altro, oppure lo mordeva. Ignari di Lisbona. Ogni giorno daccapo. Dolcemente consapevoli del nostro ridurci a scheletri. Yo soy sua sombra. Again. Yo soy sua sombra. Un giorno diedi un calcio ad un vetro. Una scheggia entrò a fondo nel polpaccio; caddi, urlando e macchiando di sangue il tappeto scolorito, detestabile come sempre. Non riuscivo ad alzarmi e Giulia non arrivava. Semplicemente restai lì, e il sangue a poco a poco decretò che ciò era ingiusto, e gli indizi di colpa sufficienti. Appena fui in grado di coordinare i movimenti mi sbarazzai della scheggia e mi fasciai stretta la gamba. Presi l'enorme scatola con cui era arrivata, ordinatamente riposi dentro i suoi libri, la chiusi con del nastro adesivo. Quindi aprii la finestra, controllai con accortezza che a quell'ora nessuno stesse passando per strada, e buttai giù la scatola. A mano a mano contribuendo alla pochezza dei reperti. Presi la foto che avevo nel portafogli assieme ad un gruzzolo di monete, strinsi tutto nel pugno fino quasi a farmi male, con gli occhi mezzi ciechi corsi verso la sponda del fiume, scorreva in senso opposto la Senna quella mattina, c'era un'aria di stagione ammuffita mentre stendevo il braccio oltre l'argine, preciso, violento, veloce. Mi sentivo come un pilone in mezzo ad una tempesta. Alleggerito solo di un piccolo carico. Eldorado d'acciaio in una scorza nera d'aculei. Il mantra si sbriciola nella canicola, in un approdo negato. Turbìna di polvere secca, a terminare, disgregata. Dovevo raggiungere il crocevia dei traghetti. Attendere che passasse il mio fiore irto di spine. Parlavo di corse sull'altopiano, di visitare ogni anfratto, ogni cunicolo, parlavo di indugiare su sermoni di corni aztechi. Uno strepitìo obliquo agitava le tende rosse del suk, il sorgere ondulato di una luna di caccia, nuova. Attraversavo a passi lunghi e sordi il tratto impervio del ponte, col timore candido e ubriaco che la penisola potesse essere recisa. Ne son pieni i cartelli del porto, ne straripano le insegne del deserto: condottieri mozzati, infermi, echi di morte. Primavere che non giungono. Gli origami si aprirono un varco nella folla, schivando i ripostigli delle fiabe, nella luce disarmante e diffusa che intasava l'aeroporto. Mi fecero storie per un lucchetto. Pensavo alle lunghe trecce della mia regina reclusa, ai fiotti d'etere sui poveri sudditi, a Ebenezer. Sembra quasi che il freddo stia intaccando gli alveoli. Eppure conservo memoria del timoniere. E delle latte scadute, putride e ben firmate, scosse da tic frenetici. Sotto i miei occhi strabuzzati e ingloriosi. Acid Jazz. Non ci sono pianoforti in Central Park. Ottantotto mostri a percussione condannati alla vita vegetale, all'inevitabile asfissia che nasce dal grigiore. Doveva essere una scena molto buffa. Mi guardava ritagliare fotogrammi di lande frastagliate e concerti indiani, direttamente dalla riserva. Sonno e pace artificiale. Eravamo chiusi e piantati davanti a ripetitori metallici, con l'inevitabile aspetto ebete di chi avrebbe voluto sparuti cespugli di ginestre, qualche pino, un tavolo istoriato di incisioni viola - ci fu un periodo in cui anch'io avevo assorbito il vizio di girare per vicoli in cerca di passaggi coperti e muri da scalfire - poi la mia grafia si fece sempre più traballante, al punto che oggi saprei distinguere a fatica ciò che mi apparteneva - - un tempo. Battere e levare, sorgere e appassire. Tra le ginestre si innestano immagini di spiazzi polverosi e ciottoli, parentaglia, partite a pallone con illustri sconosciuti. Ero lì in piedi a spiegare cose insulse come problemi scacchistici - con l'innato talento del predicatore borioso, cui devo buona parte della patina di detestabilità e follia - e d'un tratto tutti assunsero un aspetto dapprima compunto, poi terrorizzato, e fuggirono attraverso la piccola porta, seguendo il dettato di un panico irragionevole. Sembravano grossi topi a cercar riparo nella stessa minuscola tana. Ma riparo da cosa? Disteso con l'acqua che mi scorre addosso, a fiotti. E' così breve il respiro di un gesto. Minute poesie sulla notte che l'istruzione disprezza e cancella, inghiottendole nel gorgo nero del mito. Vorrei che fossero abitudini, piuttosto. A conservarne memoria mi sento quasi munito di un'arma. Ho il potere di decidere il giorno, l'ora, l'istante esatto in cui quel qualcosa verrà seppellito, cessando per sempre di fremere. Ma non ne gioisco, perchè so che anch'io potrei essere l'oggetto incantato di un pazzo che trascorre il suo tempo sui valichi. Un notte magari si toglierà la vita, e così facendo la toglierà anche a me. Gomma pesta e carta piuma. Sul dorso bagnato della mia mano sul dorso degli angeli negri a cominciare dalle scapole e poi le piccole vertebre del collo che sporgono e nuovamente si nascondono nell'incavo che si fa strada tra i muscoli scivolando giù verso il bacino e riemergendo infine come da una sapiente apnea, un'apnea seguita da un boato un'allucinazione e l'implosione del torace degli spettatori con una mano sullo sterno un rantolo appena udibile un sibilo da cattiva inspirazione e i passi di lei a squarciare lo stomaco - diretti sicuri implacabili - altrove. Le luci del circo piombano in testa alle famiglie stese lì a contemplare uno spettacolo vecchio come il circo con la bocca pesantemente impastata invece le luci piovono giù col tendone che ondeggia e si sgonfia come un copertone stracciato e al trapezista che esegue ugualmente il suo numero con sprezzo del buio nemmeno la soddisfazione di una tigre che faccia a pezzi un bambino un dottore una mamma solo una goccia di pianto a scendere fredda lungo l'incavo dal collo al bacino e un modesto bruciore alle mani. La medesima sensazione di ritardo colpa e inappetenza nei gesti lenti e nei rituali rapidi di transito verso le pianure estive di migliaia di tigri a pascolare sui terreni arsi dal sale delle mezzenotti dai funerali di Mama Grande dalle brevi parole della bufera e da te che affondi alle spalle. Gomma pesta, carta piuma. Alcune leggende siriane descrivono la fine del tempo come "la grande pioggia bianca". Vorrei anch'io la liberazione dalla cenere, la sconfitta di quella poltiglia nerastra che scivola maldestra dagli occhi dei miei compagni. Guardo nello specchietto - è tutto come dovrebbe essere. Nascondo la pistola nel risvolto interno della giacca, esco dall'auto e faccio segno, come pattuito. Sarei dovuto restar sui miei velieri, ad affondare assieme alle provviste, ad ingoiare sale da qui alla grande pioggia. Invece sono sparito aprendomi uno squarcio nel petto, strappandomi tutte le ossa, sacrificando gli occhi al sogno. Nel viaggio una bandiera mi ha seguito. Varcate le colonne, altre colonne. Una diversa disposizione delle ombre, sottili variazioni sull'ordito, fughe in si maggiore e un cielo più basso. Amici, non sapete che basterebbe una parola a scatenare un naufragio. Solo per questo presagio di cecità imminente sono pronto a farmi sparare alla nuca. Sire mi segua. Tra meno di 10 minuti avrà il suo dottore, ma ora si copra per bene. Non possiamo dare nell'occhio. Il tuo odore è ossigeno, mia Giulia. [intermezzo musicale] Con un respiro pesante come ostacolato da rocce a sporgere dalle sue ossa la figura curva entro una cornice che rimanda ogni piccolo sole a domani ancora domani sempre e solo domani ma in quale palude si è nascosto e da cosa, maledetti insetti, pezzi rottami mattoni metallici sul viso giallo di preghiera e caratteri tipografici un sassofono segnato in viola con due colpi in canna e un timone piantato a martellate tra le dita fino a risalire spazzatura polvere spine lancette proclami stoffa promesse da giurare al dio della fine ci sono radici terse nella fine e i davanzali di una catapecchia irraggiungibile dove riporre specchi canne da pesca gente morta conchiglie lucido da scarpe macchine da cucire carta da parati posate ricordi portamonete. Riposa e interferisce sulle molle rotte il pregio di silenzio e indifferenza e dovrà e se la caverà senza aver bisogno mai da buon idolo profano e aiutami Giulia aiutami prendimi a unghiate non lasciarmi dormire sopra una coltre di ghiaccio non raccontarmi cazzate rispondimi Giulia rispondimi. Puttana ho chiuso i cuccioli dentro la scatola di cartone puttana li ho spinti contro la parete e l'intonaco col pazzo che fuori gridava aveva la gotta il suo annuncio mortuario mi è rimasto in mente puttana ho messo due grossi vasi sulla scatola ci sono saltato sopra le schegge mi hanno tagliato un piede con l'ombra scura che si allargava piano allentando la tagliola nel mio stomaco. Poi ho guardato il calendario alla parete la casa vuota le sbarre e ho lasciato anch'io la mia chiazza sul pavimento rosso non sentivo il tuo odore puttana ho dato un morso alla gamba di una sedia ho sentito il legno che si spaccava e i molari che si serravano nella gengiva e ho goduto puttana perché ti avrei fatta piangere ti avrei strangolata e presa a calci ti avrei sfigurato puttana te lo meritavi. Il tuo seno sulla mia schiena. Eating a piece of me. Tibi semprer. Cominciava senza grossi scossoni la traversata che ci avrebbe portati fino ai limiti conosciuti della strada. Le cahier des extravagances accompagnato da diverse stampe americane sulla neve e il moto perpetuo di Paganini. Crik crik cigolio di topi crik crik urlo&kaddish crik crik tempesta, a hard rain's gonna fall, a hard rain, a hard one. In ogni vela uno sbuffo di lampada accesa, frange di statue immobili, la calma della radura scura, dei vecchi piloni, del vuoto del cemento. Strano taglio degli occhi. Ho intessuto una discreta perizia nel rinvenire le fonti. Dalle tue parole svettanti ho rapito un accento meticcio, traballante, diabolico. Schivando i perpetui bequadro che modulavano il tuo ripeterti, l'allestimento del palco che ha via via acquistato imperfezione, per poi deflagrare nel silenzio di chi ti ha capito, rabdomanti, ritoccatori di Mnemonia. Aikokan. Tenochtitlan. Devi stare tranquilla, è solo qualche linea di febbre. Il bosco qui attorno è perso nei suoi interstizi, non sa dove andare. Pensa alle civette che sciamano. Le voci fraterne e incessanti della nostra terra. Pensa ai corvi che volteggiano, e spariscono al sorgere di un lampo. Chissà se si fermano a cantare nel vento, sul confine malridotto e liso del cratere, come in due sognavamo nelle rapide notti in riva al lago. E pensa ancora a quel settembre che passammo ad affiggere manifesti, sempre in due, ci sentivamo responsabili per uno stupido rullo e della colla che non teneva. Grevi aliti di antiche leggende sui drappi purpurei del proscenio, statuette a lasciarsi incidere un profilo dalle luci nevrotiche della condanna-a-notte, ballerini sulla spiaggia che giocavano sul fuoco, deridendolo. Un giorno ne saremo in grado anche noi, immagina quale arsura sfibrante, e che invidia, una danza immortale con Dio, che scommette e perde. Non dovremo più pagare pedaggio per vedere sbocciare i rispettivi fiori. Al cospetto di un cielo più fluido, ti seguirò. Saremo spodestati unicamente dall'angoscia di una chitarra in fiamme, quell'urlo che si contorce tra le dita di SnailHand, anche ora che è sotto due piedi di cemento, anche ora che sbraita e sputa per i proclami isterici dei rioters affannati. Aikokan dal manto di serpente portala con te. Aikokan dalle cavigliere dorate, ti affido i miei occhi. Ma questo è solo un pezzo del Samsara che soffre. Quel modo che aveva di parlare, senza quasi muovere le labbra. Le si stendeva un lungo taglio di traverso sul viso e poi cose Stranissime che solo lei avrebbe potuto pronunciare così. Grazie a Simon per avermi infilato in bocca un blocco di cemento senza che riuscissi ad accorgermene. Dita di velluto. Ma tagliamo corto. Preferisco le imbarcazione fatte d'argento , il deltaplano senza troppe cerimonie. La sagoma della veranda a proiettarsi a terra. Niente più gente a scagliarsi addosso dai capi opposti del tavolo, noia inestinguibile dalle manfrine sulle diverse tribù, la colorazione dei teschi di vetro. Vi ho già promesso che andremo in cordata ad affrontare i fianchi grassocci delle piramidi di pietra; ora che i dirigenti aztechi sono spacciati e non possono più guastare il nostro splendidi giochi profani. Ci bruceranno le mani. Hey Jimmy, are you gonna to explode just now? Che importa, ne ruberemo altre paia. Vagabondando tra le stelle e i loro spettri.
- Modificato il 23.03.05 - 4:04 pm -

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_/-----------| 23.04.04 - 4:08 pm |-----------\_

Con la lentezza immobile degli astrolabi. Io mi presento, sono un uomo di paglia, vivevo nel grano. E se fossi terra, e se fossi cenere. La vedi la terra dalle mie mani, in granuli scuri. Vorrei sciogliermi un giorno, senza bisogno di tasselli che si incastrino. Tegole rosse e cieli giocattolo che non mi appartengono. So che c'è un cattivo odore di ammoniaca e disinfettante, come quel giorno in cui mia madre dovette morire. So che le ombre dei carri a due palmi dal mio stomaco, crepe bianche e salate, tepore delle lastre più scure, portano il canto di una prigione migliore. Ma anch'essa immobile, e intermittente, scossa da vertigini meccaniche del crepuscolo. Un pigro ingranaggio che passa a fil di lama la mia gola, fino a ridurla in cuspidi sottili, e inermi.
- Modificato il 23.03.05 - 4:09 pm -

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Cycler Pyston

_/-----------| 29.06.03 - 4:13 pm |-----------\_

Non tornerai a gettar attenzione
occhioscandaglio fragile aliante.
Una lega di sale e vuoto spinto
sul piatto una porta insanabile
tout court
mani dai quadri, a chiazze
rombare a scoppio
lo zenit in salotto
un nido di lupi.
Telemaco le pareti
come un secondo urlo di vedetta
ombra di corvi o colombi
nell'ultimo rifiuto
metallico assenso, Violato
Omero di spazio Ciclopico Nessuno



- Modificato il 24.03.05 - 10:30 am -

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