Il tutto ha inizio nell'angusta casa di una donna di mezza eta'.
"Non tutti possono dire di aver tollerato quarant'anni di differenza"
Sono disgustato e terrorizzato, lascio terra bruciata alle mie spalle;
percorro il corso del mio paese con lo stomaco in gola. Giungo in piazza,
vi trovo mio padre. Mi propone di guardare la partita al bar assieme a lui.
Accetto ma sono incredibilmente nervoso, ho bisogno delle mura di casa,
cosi' metto su una scusa e afferro il mazzo di chiavi. Mio padre intuisce,
ma mi lascia andare senza interrogativi. Dalla strada noto che la luce in
cucina e' accesa: strano, ci sara' qualcuno. Penso di citofonare.
"Sali, sali pure".
Una voce mai sentita. Quando sono dentro casa mia gli interruttori
non funzionano, e scende di colpo un buio fitto. Mi arrampico sui gradini
veloce, a due a due, a tre a tre, li conosco bene, non ci sono rischi.
In cucina individuo un contorno. Un ragazzo alto e magro, capelli corti,
espressione felina, il resto non so.
"Sono un amico di tua madre."
Abituato al buio, tre telecomandi sulla tovaglia bianca e rossa.
"Abbiamo dato una ritoccatina all'impianto elettrico. Con questo le luci
della sala, con questo le camere da letto... e il resto lo scoprirai."
Un vociare via via piu' intenso, ci sono altre persone alle mie spalle,
altri ragazzi. Guardano la televisione, ma questa e' fuori dalla finestra,
sul tavolino di vetro a sua volta rimposto sulla credenza. E cercano di
spostare piu' in la' l'oscena composizione, ma sbagliano i tempi: una
vettura transita li' sotto, la scultura fa perno su un finestrino ed
ogni cosa va in mille pezzi. Sempre piu' rumore, ed ora anche musica.
Mi abbandono sulla poltrona bianca, miracolosamente ancora intatta
e al suo posto. Migliaia di occhi mi inquisiscono: paralizzato e impotente,
replico agli sguardi con frecciate, ma riesco a muovere solo l'occhio sinistro,
il destro e' impassibilmente ancorato al cranio. La mia espressione suscita
l'ilarita' generale. Dal soffitto penzolano tutti i miei cd, ridotti in schegge.
Penso di respirare altri dieci secondi, correre a recuperare le tenaglie
o l'accetta al pian terreno, solo per compiere un massacro.
Gli intrusi svaniscono.
Mi precipito in piazza per avvisare mio padre. Lui e' comprensivo.
"Non ti preoccupare, sara' stato uno scherzo, sistemeremo tutto."
Tornando alla partita. Cosi' sono nuovamente solo e di fronte al portone
di casa mia. Infilo la chiave nella toppa. Ad una leggera spinta, sono gia'
dentro. Hanno rimosso l'intera serratura, tranne la parte esterna.
Penso che ci vorra' qualcosa di pesante per tenere anche solo schiuse le ante,
e quando domattina mio padre andra' a lavoro, rimuovendo l'oggetto mi lascera'
inevitabilmente in balia dei passanti.
Entro nel ripostiglio del piano terra. La mia bicicletta giace per terra,
sezionata longitudinalmente in tre pezzi, assieme a diverse canne da pesca
di mio padre, sminuzzate. Nella stanza accanto, la libreria. Non era qui,
era in salotto. Ma c'e' tutto, perfettamente in ordine, anzi la collocazione
mi soddisfa quasi piu' della precedente.
Sul piano del como' a sinistra dell'ingresso,
quattro penne avvolte in un fiocco.
Ed un biglietto con un disegno.
Due occhi. Il primo fisso, inespressivo.
L'altro stralunato e completamente di sbieco.
Un compenso, un regalo, una rivelazione?
Mi sveglio di soprassalto, ed e' tutto finito.
O forse no.
|