This is Tasmegalpa

Il blog di elianto84 aka jack202

Nuova falegnameria mentale
Due di picche a Godot
Giacché c'era tempo
In coma è meglio
Le Saghe di Onan
Patalinguistics
Acido Placido










WonderingAloud
Vestita di nuovo
Out of Control
Adios Kairos
Corvi Arabi
Lineacurva
Ciclofrenia

Last Comments
Post #Id:12   23.05.17 - 8:10 pm ~MaoisesnuB
Post #Id:12   04.05.17 - 2:43 pm ~NofaxnuB
Post #Id:258   01.07.14 - 7:28 pm ~Bi
Post #Id:257   01.06.14 - 1:06 am ~Bi
Post #Id:257   29.01.14 - 10:34 pm ~Falegname
This Is Tasmegalpa - Encoded by Elianto84
Nel blog sono presenti 193 post raccolti in 20 pagine
La pagina attuale è la numero 3

Previous 01 02 3 04 05 06 07 08 09 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 Next




Capovilla legge Pasolini, reading del 16-05-2013, Teatro Puccini, Firenze.

_/-----------| 18.05.13 - 3:19 am |-----------\_

Pierpaolo Capovilla, leader de "Il Teatro degli Orrori", porta in scena un reading in tre atti sull'opera di Pier Paolo Pasolini, dal titolo "La religione del mio tempo". La lettura è accompagnata al piano e alle "diavolerie elettroniche" da Kole Laca, musicista albanese collaboratore del "Teatro", con musiche di Steve Reich, Scott Walker e dello stesso Laca. Nei tre atti dell'intensa performarce "La ballata delle madri", "La religione del mio tempo" e "Una luce". "La ballata delle madri" fa parte di "Poesia in forma di rosa", raccolta edita da Garzanti nel 1964, che raccoglie brani composti da Pasolini tra il 1961 e il 1963. La precedente raccolta poetica, "La religione del mio tempo", annovera brani composti tra il 1955 e il 1960, tra la rivoluzione ungherese e la partecipazione di Pasolini a Officina. La prima parte comprende il poemetto "La ricchezza", in endecasillabi e articolato in sei sezioni; "A un ragazzo", componimento in distici di doppi settenari; le sei sezioni in terzine de "La religione del mio tempo" e un'Appendice alla "Religione": "Una luce", composta nel 1959, della quale riportiamo un breve estratto: Avremo un silenzio stento e povero, un sonno doloroso, che non reca dolcezza e pace, ma nostagia e rimprovero, la tristezza di chi è morto senza vita: se qualcosa di puro, e sempre giovane, vi resterà, sarà il tuo mondo mite, la tua fiducia, il tuo eroismo: nella dolcezza del gelso e della vite o del sambuco, in ogni alto o misero segno di vita, in ogni primavera, sarai tu; in ogni luogo dove un giorno risero, e di nuovo ridono, impuri, i vivi, tu darai la purezza, l'unico giudizio che ci avanza, ed è tremendo, e dolce : che non c'è mai. disperazione senza un pò di speranza. Enorme il successo dell'iniziativa del frontman del Teatro degli Orrori, con quindici date già all'attivo ed altre dodici nei prossimi mesi, con termine del tour al Mei 2.0 di Faenza, il 29 settembre. Ai microfoni di Radiocicletta, Pierpaolo Capovilla ha messo a nudo il suo pensiero. -- Pierpaolo Capovilla, credi che ci sarà un tempo in cui gli italiani recupereranno la memoria dei propri trascorsi storici, e la letteratura e la musica torneranno ad essere un pilastro generazionale profondo? Insomma, Pierpaolo condivide le idee di Pierpaolo sulla speranza? Sì, le condivido. Non sono mai stato pessimista, sono fiducioso. Se fossi un pessimista mi sarei fermato, nel mio lavoro, nella mia vocazione, ben prima. Avrei pensato ai fatti miei, alla mia famiglia, alle poche cose che possiedo. Ma tutto ciò non mi basta: secondo me veniamo al mondo per cambiarlo, il mondo. Io mi sento cittadino di questo pianeta, e dell'Italia, in fin dei conti, mi importa poco. Se siamo così coglioni da volerci far governare da dei farabutti, tutto sommato, possiamo permettercelo, siamo ricchi. La povertà temuta nella nostra società non è quella che ti priva del pane e ti affama, ma quella che ti priva dell'accesso ai consumi. Bada bene, chi si suicida in questo paese sono gli imprenditori, non gli operai. E' il narcisismo individualistico, in questo paese, che ti spinge alla disperazione. Ma chi meno ha, è abituato a non avere niente, e vive comunque. Guarda gli immigrati, che stanno intorno a noi, i nostri vicini di casa, sono pieni di figli, e non hanno una lira, hanno meno di un decimo del denaro che guadagno io in un mese, al mese. Eppure è gente felice, fanno figli. Io non ho figli. Ho 45 anni, ed ho sempre avuto paura, mi sono detto "come faccio, come faccio poi, con un figlio?" - ma non è la paura di metterlo al mondo, o arricchire il mondo di un infelice, è la paura di dover rinunciare ai miei consumi, al mio tenore di vita. Questa, è la mia verità. -- Pensi che il successo di questi reading, senza falsa modestia, sia da attribuire più alla celebrità del primo Pierpaolo o del secondo? Come posso nascondermi, è chiaro che il giovanissimo viene perché c'è la rock-star, perché ci sono io. Ma in questo contesto, consapevolmente, io mi faccio veicolo culturale. Altrettanto chiaro è che se fossi venuto qui a raccontare storielle stupide, il pubblico se ne sarebbe accorto, e probabilmente mi avrebbe tirato qualche ortaggio. Cosa che può comunque sempre accadere. Ben vengano gli ortaggi, finché non ti sparano , è pur sempre qualcosa. -- Quale credi che sia la "religione del nostro tempo"? Il feticismo delle merci. -- Un commento sull'evoluzione della società borghese dai tempi di Pasolini ai nostri. Come mette in bocca lo stesso Pasolini ad Orson Wells in "La ricotta" - non so se ricordate, c'è questo Orson Wells che sta dirigendo una crocifissione, un film dove un poveraccio della periferia romana va a morire sulla croce perché ha mangiato troppa ricotta del catering - Orson Wells a un certo punto dice, in risposta a qualcuno che gli chiede cosa pensi dell'Italia, "La borghesia più cafona, più ignorante e più retrograda d'Europa". Ecco, io credo che questo giudizio sia valido a tutt'oggi. -- Che ruolo ritieni che abbia la difesa della diversità (sessuale, dei valori e della sensibilità) all'interno dell'espressione artistica? È realmente possibile sensibilizzare e invitare a rivoluzionare i propri preconcetti, attraverso l'arte? A mio parere i rapporti di genere (tutti: uomo/donna, uomo/uomo, donna/donna) vanno ripensati, una volta per tutte, nel senso più lacaniano possibile. La dobbiamo smettere di pensare a noi come uno specchio. La gelosia, l'invidia e la pulsione di morte, come acutamente osservava Lacan, derivano dal fatto che nell'altro, sia esso uomo o donna, andiamo alla ricerca di noi stessi. L'amore, invece, nasce dal momento in cui tu non guardi più te stesso, ma cerchi di guardare agli altri, e concepisci che l'altro sia importante, anche più di te. Letture consigliate: Massimo Recalcati, "Desiderio, godimento e soggettivazione"; http://www.minimaetmoralia.it/wp/intervista-a-pier-paolo-pasolini/. Jack D'Aurizio e Vittorio Ghinassi www.radiocicletta.it
- Modificato il 18.05.13 - 3:30 am -

Post Id:#249 ha un totale di 1 commenti - Guardali o lasciane un altro


La poesia ai tempi del tempo

_/-----------| 26.04.13 - 1:04 am |-----------\_

MENG LANG - Senza titolo - Vi prego di capire le vertigini, e di preservare allucinazioni per il futuro: come se lo stupido domani avesse ancora bisogno di educazione, ma il domani si leva solo se ti appoggi al sole e solo se ti appoggi al nostro levarsi può essere attestato. Se nella Pechino concreta cogliete una foglia d'acero rosso quello è l'aspetto che infine perderemo quello è il colore che infine perderemo. MO MO - Anche in un secondo ci sono innumerevoli io - Io accovaccio un io io cammino un io io mi stringo la mano un io io appena apro bocca un io io appena chiudo gli occhi un io dall'irto precipizio di un secondo schizzano sempre innumerevoli io Proprio come un fiore è diverso da quello accanto come sono diversi due alberi legati da un'altalena come è ingombra di miraggi la cavità dell'universo Quando ti amo un io quando da te sono amato un altro io proprio come passandoci sopra la mano i capelli a destra radi a sinistra folti stempiato, un antico fiume disseccato ventitre anni, i segreti del carattere interamente svelati Forse scuro, forse brillante io strato a strato mi lancio dietro le nuvole io messo in abbagliante rilievo da infiniti io davanti allo specchio non riconosco me stesso a mani giunte rifletto, ancor più fiore caduto nella corrente. Meng Lang e Mo Mo letti nell'Ultima Mezzorca
- Modificato il 26.04.13 - 3:52 pm -

Post Id:#248 ha un totale di 2 commenti - Guardali o lasciane un altro


Tenersi aggrappati

_/-----------| 19.04.13 - 2:24 am |-----------\_

Tutto quello che mi mancherà di te quando saremo lontani, nello spazio, nel tempo. Tutto quello per cui non mi sognerei mai neppure lontanamente di mollarti la mano. Non si scrive per una questione di marketing. O almeno non lo faccio io. Non è una vetrina, è una valvola di sfogo, la risposta a un bisogno. La necessità di salvaguardia è più grande. Del divertirsi, del pavoneggiarsi, dell'avanguardia o della ricapitolazione. Non conterà molto aver sperimentato dieci orgasmi o un miliardo, quando spirerai in un letto sporco d'ospedale, intrepido mio lettore. Non conterà molto neppure la meccanica che t'avrà condotto lì, abuso di vita chimica o sfiga di contrappasso ad un'esistenza morigerata e rispettosa del dio del fitness. Conteranno solo i segni che sarai riuscito a mettere, con scarsa o enorme astuzia, al sicuro dal tempo. A tal fine dovresti scegliere una grotta e incavarci dentro l'album fotografico dei tuo momenti più luminosi, accanto a quello delle nefandezze e all'elenco delle azioni che hai compiuto per riscattarti agli occhi della storia. Salvaguardare. Tutto. Anche i discorsi di politica, e le contraddizioni. Come quella indotta dal fatto che la tanto osannata unità proviene da un atto di violenza di una minoranza (il pensiero futuribile è necessariamente minoritario) nè conservatrice (in quanto volta ad espandere il suo demanio) nè riformatrice (in quanto monarchica sulla carta, e fermamente oligarchica di fatto) e per quanto alto nei suoi effetti, lodevole a posteriori, era bieco e gretto e non dissimile da una mera invasione, a priori. Tenersi aggrappati alla salvaguardia dei momenti quell'ondata di particelle che potrebbe improvvisamente scavalcare una barriera di potenziale e travolgerci, magari mentre siamo al riparo nel tepore del nostro letto, cancellare la memoria e renderci dei molluschi. Tenersi aggrappati al vivere liberamente il sesso. Continuare a sognare di fonderci, lentamente, sotto il sole. Spalancare le porte dei sensi ad un brivido di avvicinamento, fremito, che è necessità e droga, calda, stretta, umida e luccicante, contro un opaco resto che è gelido, ostile, talmente grande e povero di vette da parer localmente vuoto, ed affaticare gli occhi nella ricerca di un'appagante meta. Poterli invece chiudere, con te nel mio corpo o me nel tuo. Dischiuderli di tanto in tanto, trovare ogni cosa a fasciare il sangue nelle vene. Ho scritto che non conterà, alla fine. Oh, sì, mi contraddico, cambio idea, finché posso permettermelo. E' pur sempre così che si mette in piedi una casa, ed entro di essa si scova lo spazio per installare una cassaforte. Dapprima la si sagoma e si arreda, poi la si vede sprofondare di qualche metro, alché la si smonta, si riempie il buco di cemento e la si rimonta al di sopra delle fondamenta. Ogni dimora in funzione della salvaguardia! Questo tentativo disperato. Chissà cosa diremo fra cento anni, rileggendo. Come ci giudicheremo. Cosa penseremo delle battute peggiori del secolo. Della pausa-bacetto o di quell'invasato che commenta tutti i suoi appuntamenti con notazione consequenziale da programmatore BASIC e emoticon della pizza. Delle pagine stampate, delle quote. La quota di tempo che mi separa dalla prossima idiozia, dal prossimo exploit di intolleranza, o inadempienza, nei confronti di un mondo che è quello che vorrei cullare e salvaguardare. Mi hai scritto "Quando avrai imparato tutto, io non ti servirò più". Mi sono sentito al pari di un lombrico, a sbevazzare in compagnia dei miei amici (sono forti, è forse per questo che si contano in fretta) mentre ricorrevano più-che-decennali di fiori e libri tascabili di letteratura francese, ingialliti, sì, ma profumati dal tempo. Ho chiesto a mio padre di portarle in dono un'orchidea. Erano belle e tenere quelle ricorrenze con noi tre e un fiore. Ho annegato il mio niente in diversi bicchieri di vino, scherzato, sorriso. Tu eri a casa, eri con il tuo da fare. Dici che ti è già successo, per questo non è improbabile, anzi sta già accadendo, e il problema, forse, sono io. La distanza tra le parole e i fatti. Fa parte anche ciò di tutto quello che non potrò mai dimenticare di te. I tuoi "non farmi la morale" o il buttarla in acida caciara quando scrivevo qualcosa che forse era vero, ma da bacucco intransigente, e ti faceva male. Quello che di me è esploso all'aria come una rovina sepolta da chissà quanto tempo, chissà dove, le lacrime, la tenerezza (la durezza è persino assimilabile), la pazienza, l'impegno, l'essere una cosa, ma poterne essere cento. In virtù della forza che il tuo sguardo mi trasmette, il desiderio che dal tuo corpo mi ammalia. Ciò che non sono mai stato, e solo grazie a te ora sono. Le tue peculiarità. La memoria corta. Gli sbalzi d'umore. I salti di palo in frasca. I baci inattesi, l'entusiasmo per le piccole cose. Il tuo saper illuminare una stanza con cento persone dentro, come anche spegnerle. Il tuo venerarmi, e riverirmi, e procurarmi dolore quando credi che ne abbia bisogno, e darmi dell'idiota che non capisce un cazzo e che non si accorge di niente. Tenermi aggrappato a te che mi disegni una lacrima, e un cuore, sul viso. Neppure so tenere fede a me stesso. E' sola una misera parte, di tutto ciò che non potrò mai dimenticare di te.

Post Id:#247 non ha commenti - Lasciane uno


All'amato.

_/-----------| 12.04.13 - 1:17 am |-----------\_

Majakovskij - All'amato me stesso

Post Id:#246 ha un totale di 1 commenti - Guardali o lasciane un altro


Sogno prepotente

_/-----------| 25.02.13 - 10:34 pm |-----------\_

Certe storie raccontano tematiche molto vicine a una celebre argomentazione di Eugenio Montale. Certe storie fanno perno solo su un guizzo di brutalità, deformazioni eclatanti e violenza gratuita. Questo breve racconto non rappresenta né un versante né l'altro. Non è vicino né lontano rispetto alla sensibilità di alcuno, autore compreso. Il soggetto B prega il soggetto A di sedersi e chiudere gli occhi. Ciò favorisce uno status di cecità che, almeno secondo il parere di qualcuno, è fecondo e foriero di palpiti e gradite sorprese. Pum pum. Il soggetto A esegue ad attende, abbandonandosi fiducioso e sorridente al manto protettivo del buio. Il buio della liberazione dai vincoli della parola. In buio che è sinonimo di nudità e trasparenza. Il buio che lietamente sospende il "da fare" tra un pomeriggio e la successiva mattina di scuola. Quando fuori piove, poi. Il soggetto B richiede che le mani del soggetto A siano poste contro lo schienale della sedia, e il soggetto A, pur non comprendendo la necessità di tale pratica, la esegue ritenendola una inoffensiva parte del rituale. Le mani del soggetto A vengono legate, e il sibilo di un minuscolo coltello si staglia in prossimità delle sue labbra. A si divincola improvvisamente, e riesce a colpire con un calcio la mano del soggetto B, privandolo dell'arma. Il coltello finisce un metro e mezzo più in là, ai piedi del forno. L'ambientazione, dimenticavo, è quella di un'anonima cucina. Al suo interno si celebra forse un qualche evento festoso o una ricorrenza. La statura ridotta dei soggetti li amalgama bene al mobilio. Liberando le braccia dalla morsa dello schienale, il soggetto A urla una richiesta ovvia - con quella voce baritonale che stona, stona, Dio quanto stona. Il soggetto B replica imperturbabile. B: "Prima di consegnarti un regalo, volevo toglierti quell'orrendo neo che hai a un lato della bocca. Quel neo che ti gratti in continuazione e sanguina, disgustoso." A: "Potevi chiedermelo, potevi dirmelo. Prima, molto prima, appena l'hai concepito. Anche se in tal caso, molto probabilmente, non mi sarei mai presentato. E' pur sempre la mia faccia." Sometimes, or maybe really often, ignorance is bless.

Post Id:#245 non ha commenti - Lasciane uno


Senza titolo

_/-----------| 25.01.13 - 4:44 pm |-----------\_

Forse s'avess'io l'ale Da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di giogo in giogo, Più felice sarei, dolce mia greggia, Più felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero: Forse in qual forma, in quale Stato che sia, dentro covile o cuna, È funesto a chi nasce il dì natale. (G.Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia)
- Modificato il 25.01.13 - 8:13 pm -

Post Id:#244 non ha commenti - Lasciane uno


Facciamo un arcipelago - parte 1.

_/-----------| 02.01.13 - 6:29 pm |-----------\_

Quante nobili cose concepiamo e abbandoniamo nei cessi dei Mc Donald's. Quanto è arbitrario l'effetto di poche parole. Quanto distanti siamo dall'idea di umanità che noi stessi predichiamo. Siate uomini! Siate Atlante, se non volete che le sfere cadano in pezzi. Le riviste in Freccia Rossa imbrodano un comfort imbellettato e ridicolo. Sono in corridoio, di silenziosa compagnia a due ragazzi rumeni dai volti emaciati. Biascicano svogliatamente qualcosa mentre sono seduti, accartocciati, sui gradini all'ingresso della carrozza. Bel comfort, come no. Prendo un regionale con un biglietto d'Intercity e il controllore attacca una predica infinita e sgarbata, a suo dire sono sprovvisto di un valido titolo di viaggio. Per poco non mi convince che le due ore di ritardo accumulate sin qui trovano causa della mia sprovveduta decisione di intraprendere la traversata. Rinsavisco e lo mando a cagare, quel buzzurro. Nel paese in cui arrivo non c'è più niente. Tornare, ogni volta, è sentire di amici finiti dietro le sbarre: chi per l'erba, chi per gli ovuli di eroina nello stomaco. E l'altro che, per soldi, ha minacciato sua madre con una pistola. Le rughe sul volto di mia zia in un attimo la fanno assomigliare a mia nonna. Da piccolo non sognavo di essere dotato di superpoteri, ma di una minuscola telecamera, montata su un insetto telecomandato, per poter condurre i miei occhi dovunque. Ora l'idea mi gela il sangue. La trasgressione, un tempo, era non andare a scuola. Magari per leggere un libro all'aria aperta. Era dire: posso fare da me, lasciatemi in pace. ("I tuoi risultati, D'Aurizio, sono un'amara sconfitta. Testimoniano che, con noi, meglio riesce chi meno ha bisogno.") La trasgressione, ora, è restare fedeli a un'idea. La trasgressione ora è Dio, l'istituzione massima dalle zanne di titanio. La trasgressione, ora, è credere fermamente che non abbia senso risparmiarsi. Mio zio mi racconta che un suo collega, ai tempi dell'università, si faceva iniettare del valium perché il tempo dello studio lo privava completamente del sonno. E un altro che conobbe più tardi era solito nutrirsi, con le flebo, per risparmiar tempo e poter operare i pazienti il prima possibile - non è il mio ultimo minuto, ma potrebbe essere il loro. Sacrifico la mia pastasciutta alla loro sopravvivenza. Non chiamatemi pazzo. Non dite che esagero. Quest'uomo è tuttora magrissimo, e solo. Mi tornano in mente tutte le questioni sulla teoria evoluzionistica e il fatto che siamo uguali a come eravamo 5 millenni fa, forse appena più alti e più longevi, il che è facilmente attribuibile all'abbondanza di cibo e alle migliori condizioni igieniche, più che ai progressi della medicina, che pur non basandosi più sui salassi, non è andata troppo oltre l'apri-strappa-ricuci, e si ripresentano i nodi legati a quell'infame arricchitosi sulle spalle dei malati di cancro, che tanto si pavoneggia da etico politico, gettando fango sulle lobby del tabacco, piuttosto che su quelle della sanità. I gusti son gusti, come no.
- Modificato il 02.01.13 - 7:08 pm -

Post Id:#243 ha un totale di 1 commenti - Guardali o lasciane un altro


Sotto la scorza

_/-----------| 14.12.12 - 8:27 pm |-----------\_

In fondo, magari ben nascosto, tutti quanti abbiamo un cuore. Altrimenti, saremmo già morti. O, in alternativa, saremmo dei distributori automatici. Se ne discute anche su necessitadinudismo.blogspot.it.
- Modificato il 14.12.12 - 8:28 pm -

Post Id:#242 non ha commenti - Lasciane uno


Whether or not

_/-----------| 21.11.12 - 2:48 pm |-----------\_

Il capo dello spaccio di coca da queste parti è uno sulla sedia a rotelle, l'ha investito un'auto in corsa che aveva sì e no quindici anni. Lo sbattono dentro con grande regolarità, una volta ogni due mesi, circa. Non passa mai più di una settimana al fresco, lo Stato non ha le strutture per recludere adeguatamente un monco. Così, alternando tediose abitudini sull'asfalto a brevi periodi di decompressione entro le sbarre, quest'omino ha messo da parte, rapidamente e senza troppo impegno, un cospicuo gruzzoletto, col quale un giorno andrà a godersi il sole e il rum dei Caraibi, ancor più sfaccendato. Il paladino della ragione invita gli astanti a considerare un'opzione faustiana. Se bastasse rinunciare alle gambe, per assicurarsi la ricchezza, non vi rinuncereste, voi? Una volta ai Caraibi, ciò che non ha odore ed ha scarso spessore, potrebbe rendere persino piacevole la nostalgia degli arti inferiori. Potreste intrattenere gli altri esuli con battute idiote quali "presto, gambe in spalla!" e contemplare le biforcazioni degli alberi come grandi mani nodose, prolungamento della vostra hybris, in trepidante attesa della caduta della bianca manna dal cielo e dell'ultimo baluardo di cieco desiderio che separa l'uomo dalla bestia morente.

Post Id:#241 non ha commenti - Lasciane uno


Antinomie dei sogni

_/-----------| 06.11.12 - 1:41 pm |-----------\_

A me m'ha sempre colpito questa storia dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione, perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran. Cos'è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C'ha un'anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un'ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall'inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 15 maggio, okay, verso le sei, facciamo le sei meno un quarto, d'accordo, allora buona notte, 'notte. Il quadro mette tutto da parte e incassa. Una, dieci, cento volte, fino a non sentire più nulla, fino ad essere sordo al dolore a assimilabile alle piante in cambusa, che si accontentano di uno spiraglio di luce ogni porto. Sette anni dopo, 15 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. E' una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando comprendi un simbolo visto in un sogno, una strana chiave musicale, dopo anni. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e la tua dea ti ripudia perché sei troppo mortale, o perché le hai sacrificato un fiore di troppo. Quando apri il giornale e leggi è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io NON VOGLIO andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all'Oceano, Circe alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: "E' come se non fossi felice, per te è tutto uguale, e te ne andrai". Ci rimasi secco. Fran. Me travolto dal contrario di me. Me che intendo restare al mio posto, tenere il timone con tutta la forza che ho in corpo, guardare Circe ballare sullo spiazzo di prua e illuminarlo. La velocità di crociera è così alta che il vento strappa via dalla faccia anche le lacrime, e bisogna restare saldi - se mi fossi fatto prendere dalla paura, se fossi rimasto lo stesso, non avrei mai vinto il mio posto. Non navigo verso tutte le stelle, ne ho una sola sulla rotta. La nave passa accanto a via Flamini. Nei sogni del lavapiatti e del vivandiere via Flamini è via Livornese, il nome è preso da un graffito sbilenco e sgraziato su quei muri. Circe sta pensando a qualcosa che in realtà non esiste. Io penso che mi piacerebbe tenermi lontano dalla guerra, dai ghiacci, restare a tavola con lei a ridere degli impieghi del maiale, tracciare i contorni della mia prima isola, dove farla regina, e dedicarle fumetti disegnati male. In lontananza il rintocco delle campane, maledette campane, distorce reticenze e risposte sbocconcellate. -Non si stava meglio da soli? -No, donna mia. Non sono mai stato Capitano, e posso esserlo solo con te.
- Modificato il 06.11.12 - 2:06 pm -

Post Id:#240 non ha commenti - Lasciane uno