This is Tasmegalpa

Il blog di elianto84 aka jack202

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Haiku

_/-----------| 16.09.13 - 3:03 am |-----------\_

Risposte nemmeno troppo soddisfacenti a degli aneliti frutto di una patologia. Risanato il caos primevo sparirà forse anche l'arsura che domina le mie pulsioni e il mio amore. È questo che intendevi, Dino, quando parlavi di ciò che è malattia? Anche tu cercavi altrove le risposte che né in te né in un dio albergavano? Ti biasimavano per questo? Anche tu morivi d'irrequietezza alla tua macchina da scrivere mentre le persone di buon senso attorno a te lodavano le tue doti e si arrovellavano a comprendere come mai queste non ti bastassero per stare bene, sentirti sicuro, vivere sereno com'è costume nei sobborghi popolati da gente comune, che nemmeno ha idea di quello di cui stiamo parlando?

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Smettetela tutti

_/-----------| 05.08.13 - 2:54 am |-----------\_

di dirmi "non ti colpevolizzare così", perché la colpa -è- mia. E' come pregare uno alto un metro e una lenticchia di non annunciarsi al mondo come basso. E' ridicolo. Sono io che sono stato una volta avventato, una volta troppo distratto, noncurante, irrispettoso, un'altra ipocrita e bugiardo (bugie bianche, sì, ma ciò non allevia il senso di colpa per aver violato un patto, mi avevi supplicato piangendo, cristo santo!) e non sono mai stato in grado di uccidere il drago, ma solo di dargli anestetici da quattro soldi. Per poi vederlo tornare ogni volta più funesto, e in compagnia di un crescente numero di draghi del passato. Reflussi di reflussi, le tue insicurezze accresciute. Fino a che non mi hai guardato negli occhi e mi hai detto, in tono molto convincente, "devi soffrire". Poi mi hai colpito al volto. Non so se è buffo, ma tra i due gesti, quello che davvero mi ha arrecato dolore è stato solo il primo. Non chiedermi di avere autostima. Per avere autostima è necessario che l'evidenza, anche in piccola misura, la supporti. E l'evidenza, qui, è unicamente la mia attitudine a calpestare merde. Non credo di essere in diritto di sentirmi un fico, per questo. Non chiedermi neppure che scopo abbiano i miei messaggi. Non hanno il fine di manipolarti, te ne ho combinate a sufficienza. Servono solo a farti capire che a te ci tengo, che di te mi preoccupo, che mi manchi. Anche se non sono la persona capace di cui ha bisogno, né, probabilmente, lo diventerò caricandomi di nuove promesse che, deliberatamente o meno, finirei per disattendere. Non so se la smetterò mai di ribadire che mi dispiace.
- Modificato il 05.08.13 - 4:07 am -

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Yin e Yang

_/-----------| 10.07.13 - 1:28 am |-----------\_

In frequenti casi di compromissione del giudizio si assiste ad uno scisma molto netto tra buono e cattivo, bianco e nero, lecito e criminoso. È un sostanziale regresso all'infanzia, alla fase di costruzione della moralità, dove questa compartimentazione è funzionale all'introspezione, al paragone e infine alla delimitazione dei confini dell'ego. Alla luce di errori e dolori i soggetti più razionali, tanto quanto quelli più emotivamente intelligenti, tendono a rivedere i confini tra gli estremi, elaborare "zone di grigio" molto complesse e infine abbracciare l'idea che tali diarchie siano inscindibili, in quanto già radicate in amalgama nell'animo di ognuno. E sempre nell'ambito della peculiarità psicologica (perifrasi atta a non sbilanciarsi nella direzione della "patologia") relativamente agli estremi dello spettro del giudizio si possono sottolineare due situazioni antitetiche, di "finitezza" o "infinitezza". Per un soggetto gravato dal demone dell'infinitezza, un cumulo di sabbia resta immutato anche sottraendogli un granello e ripetendo l'operazione un numero imprecisato di volte. Ciò denota un feroce attaccamento agli ideali, anche a scapito delle "faccende di vita concreta". L'infinitezza dona estrema risoluzione nel perseguire ciò che si reputa "buono","giusto" o "bello", ma l'attaccamento al mondo ideale fa sì che il soggetto risulti "insaziabile", e gli rende assai difficoltoso l'esercizio di empatia nei confronti dei suoi simili, collocandolo, di fatto, quasi sempre "altrove", o comunque lontano dall'altrui sentito. Per il soggetto gravato da "finitezza", invece, ponendo un granello di sabbia su un tavolo e ripetendo l'operazione un numero arbitrario di volte, non si giungerà mai ad avere un mucchio. Tali soggetti sono molto attaccati al mondo sensibile e sono facili all'appagamento, ma molto più alla delusione e alla collera, specie quando le loro concrete aspettative vengono tradite, anche fortuitamente o accidentalmente. Pongono grande attenzione al mondo esteriore, in quanto unica fonte in grado di soddisfare i loro bisogni. Per mancanza di motivazioni propulsive, tendono a volte ad essere pigri o a sottostimare le proprie capacità, nonostante queste siano, specie nell'ambito dell'esercizio di empatia e del supporto dell'altro, molto elevate. Tra gli svantaggi dell'infinitezza, possiamo annoverare anche il fatto che un soggetto munito di tale caratteristica non crederà mai che un qualsiasi quantitativo di dolore sia intollerabile, una situazione irreversibile o un problema insolubile, anche a costo di osteggiare la manifesta evidenza. Di contro, è probabile che un soggetto animato dal demone della finitezza si arrischi a pronunciare invettive di inaccettabilità, irreversibilità o insolubilità anche quando l'universo delle opinioni gli urli l'opposto. Per i primi l'amore non ammette un "troppo tardi". Corrono per questo il rischio di macerare in inconcludenti e insoddisfacenti lungaggini, per la difesa di una incrollabile fede (a volte, inevitabilmente, mal riposta) in un domani migliore. Per i secondi può bastare un alito di vento, o il tempo di aggrottare le sopracciglia, per sgretolare un'enorme, luccicante piramide di felicità vissute. Come queste fossero sempre un evanescente interludio tra noia e dolore, da vivere fin tanto che non lo si reputi menzognero. Uno dei più alti punti raggiungibili dall'interazione tra psiche, è che due soggetti caratterizzati da "peculiarità" opposte aprano le porte ognuno al modo di essere dell'altro, ne acquisiscano i "vantaggi" e si sbarazzino dei propri "difetti". Tale processo di costruzione o di scoperta del tutto è perfettamente assimilabile ai miti degli androgini o a simbologie religiose di contrapposizione e fusione degli opposti, che hanno attraversato, senza perdere mai di smalto, tutto il corso dei secoli.
- Modificato il 10.07.13 - 2:10 am -

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Un uomo

_/-----------| 09.07.13 - 1:59 am |-----------\_

Per un briciolo d'amore un uomo sarebbe disposto a tollerare le peggiori invettive della storia, farsi marchiare come un paria da un'onta di cui è incolpevole, accantonare le proprie debolezze costruendo dal nulla una forza che non possiede, accogliere senza ipocrisie divinità cui, fino al giorno addietro, tribuiva improperi, sentirsi negare alla prima imperfezione i frutti di ciò che, con dedizione da santo, aveva faticosamente cercato di insediare. Cessare la ricerca di punti fermi, fondare la propria sicurezza sulla trasparenza dell'altro e la possibilità di superare ogni ostacolo. Accettare persino di sbarazzarsi di grossi pezzi della propria sensibilità, ché chi ne possiede troppa è fragile e inadatto alla guida, non ha i prerequisiti del maschio alfa, e alla lunga stucca. Indagare e convincersi che l'assenza consolidi la presenza. Snaturarsi ed esserne appagato, più vicino alla fonte di due gocce d'amore. A volte così pigro, contraddittorio, assurdo o iracondo da sembrare il suo opposto, permeato d'infantilismi, colpi bassi, sadomasochismi. Dare, dare incessantemente, senza mai chiedere, per timore che sia troppo. Essere l'integro e innamorato J per se stessi e gli altri, e difendere la verità: alle accuse di essere l'orrendo disgustoso K, urlare e combattere, per il fronte del NO! Fino a rasentare la follia e pensare che sia tutto un pretesto a supporto dell'inesistenza del briciolo. O fino a vederlo svanire ed essere, di nuovo, persi, sconfitti senza appello. Come quel pomeriggio, fiotti di bile sul cuscino e sulle mie mani, e le urla di mia nonna che cercava di strapparmi allo spettacolo, "non guardare!" strepitava, e provava a portarmi via, strattonandomi per la vita. Non so con quale freddezza, o profonda saggezza, in quell'occasione ho voluto guardare la morte negli occhi. Non credo che alcun maestro, anche avendo a disposizione l'interezza del tempo, possa insegnarmi più di quanto io ho appreso in quell'istante in cui ho contravvenuto ad un ordine. Forza e dolore si avvicinano spesso, e si sostengono a vicenda.
- Modificato il 09.07.13 - 2:01 am -

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Real penguins

_/-----------| 06.07.13 - 10:47 pm |-----------\_

Questa faccenda della stizza, appresa o assimilata da te non è che mi piaccia molto. A volte ti comporti come una bambina assai viziata, che vuole aver ragione a tutti i costi. Il che è strano, dato che sei cresciuta in una famiglia numerosa. Ho provato a darti ragione senza discutere. Sono stato così l'uomo senza nerbo, lo zerbino. Ho provato a discutere alzando la voce. Sono stato così l'uomo violento, inaccettabile (sono felice che questa mia connotazione stia svanendo, anche se a volte resta nei pensieri, e molto nei sogni. Mi vengono in mente le parole di G.: "ti sei piallato una nocca contro un muro? Per quanto ti conosco, la cosa non mi stupisce"). Ho provato a discutere mettendo le emozioni in parole, con precisione nel dettaglio e massimo pragmatismo, che essere solo un po' vaghi o poetici è sconveniente per colui che deve ricoprire il virile e barbaro ruolo "dell'uomo" - quello che, senza alcuna insicurezza, sa sempre sapere cosa fare, come e quando, e sa sedurre, sa tenere a sé, sa essere autorevole. Ma provando sono stato l'uomo pesante, gravoso e vecchio, incapace di leggerezza. Devo capire qual è la via per consegnarti ciò che meriti, ed avere ciò che desidero, senza che vittorie parziali si rivelino, alla lunga, delle disfatte. Realizzare il possibile, e magari parte dell'impossibile, mentre guardo una nostra foto. Chissà in quale recesso o cassetto, e di chi, andrà ad ingiallire. Sei a due passi da me, eppure mi manchi, nemmeno fossi partita per l'Antartide.
- Modificato il 06.07.13 - 10:52 pm -

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Quando e se

_/-----------| 16.06.13 - 1:29 am |-----------\_

scegli di stringere una relazione con un soggetto autistico, devi stare al suo modo di relazionarsi con il mondo. Non puoi imporgli il contatto fisico o visivo, non puoi imporgli ciò cui sei "abituato", per la tua esperienza di vita con le persone "normali". Se lo fai, lui sperimenta una crisi, e crisi dopo crisi, alla fine, implode. È vero che non lo so descrivere. È fottutamente vero.
- Modificato il 16.06.13 - 3:54 pm -

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Capovilla legge Pasolini, reading del 16-05-2013, Teatro Puccini, Firenze.

_/-----------| 18.05.13 - 3:19 am |-----------\_

Pierpaolo Capovilla, leader de "Il Teatro degli Orrori", porta in scena un reading in tre atti sull'opera di Pier Paolo Pasolini, dal titolo "La religione del mio tempo". La lettura è accompagnata al piano e alle "diavolerie elettroniche" da Kole Laca, musicista albanese collaboratore del "Teatro", con musiche di Steve Reich, Scott Walker e dello stesso Laca. Nei tre atti dell'intensa performarce "La ballata delle madri", "La religione del mio tempo" e "Una luce". "La ballata delle madri" fa parte di "Poesia in forma di rosa", raccolta edita da Garzanti nel 1964, che raccoglie brani composti da Pasolini tra il 1961 e il 1963. La precedente raccolta poetica, "La religione del mio tempo", annovera brani composti tra il 1955 e il 1960, tra la rivoluzione ungherese e la partecipazione di Pasolini a Officina. La prima parte comprende il poemetto "La ricchezza", in endecasillabi e articolato in sei sezioni; "A un ragazzo", componimento in distici di doppi settenari; le sei sezioni in terzine de "La religione del mio tempo" e un'Appendice alla "Religione": "Una luce", composta nel 1959, della quale riportiamo un breve estratto: Avremo un silenzio stento e povero, un sonno doloroso, che non reca dolcezza e pace, ma nostagia e rimprovero, la tristezza di chi è morto senza vita: se qualcosa di puro, e sempre giovane, vi resterà, sarà il tuo mondo mite, la tua fiducia, il tuo eroismo: nella dolcezza del gelso e della vite o del sambuco, in ogni alto o misero segno di vita, in ogni primavera, sarai tu; in ogni luogo dove un giorno risero, e di nuovo ridono, impuri, i vivi, tu darai la purezza, l'unico giudizio che ci avanza, ed è tremendo, e dolce : che non c'è mai. disperazione senza un pò di speranza. Enorme il successo dell'iniziativa del frontman del Teatro degli Orrori, con quindici date già all'attivo ed altre dodici nei prossimi mesi, con termine del tour al Mei 2.0 di Faenza, il 29 settembre. Ai microfoni di Radiocicletta, Pierpaolo Capovilla ha messo a nudo il suo pensiero. -- Pierpaolo Capovilla, credi che ci sarà un tempo in cui gli italiani recupereranno la memoria dei propri trascorsi storici, e la letteratura e la musica torneranno ad essere un pilastro generazionale profondo? Insomma, Pierpaolo condivide le idee di Pierpaolo sulla speranza? Sì, le condivido. Non sono mai stato pessimista, sono fiducioso. Se fossi un pessimista mi sarei fermato, nel mio lavoro, nella mia vocazione, ben prima. Avrei pensato ai fatti miei, alla mia famiglia, alle poche cose che possiedo. Ma tutto ciò non mi basta: secondo me veniamo al mondo per cambiarlo, il mondo. Io mi sento cittadino di questo pianeta, e dell'Italia, in fin dei conti, mi importa poco. Se siamo così coglioni da volerci far governare da dei farabutti, tutto sommato, possiamo permettercelo, siamo ricchi. La povertà temuta nella nostra società non è quella che ti priva del pane e ti affama, ma quella che ti priva dell'accesso ai consumi. Bada bene, chi si suicida in questo paese sono gli imprenditori, non gli operai. E' il narcisismo individualistico, in questo paese, che ti spinge alla disperazione. Ma chi meno ha, è abituato a non avere niente, e vive comunque. Guarda gli immigrati, che stanno intorno a noi, i nostri vicini di casa, sono pieni di figli, e non hanno una lira, hanno meno di un decimo del denaro che guadagno io in un mese, al mese. Eppure è gente felice, fanno figli. Io non ho figli. Ho 45 anni, ed ho sempre avuto paura, mi sono detto "come faccio, come faccio poi, con un figlio?" - ma non è la paura di metterlo al mondo, o arricchire il mondo di un infelice, è la paura di dover rinunciare ai miei consumi, al mio tenore di vita. Questa, è la mia verità. -- Pensi che il successo di questi reading, senza falsa modestia, sia da attribuire più alla celebrità del primo Pierpaolo o del secondo? Come posso nascondermi, è chiaro che il giovanissimo viene perché c'è la rock-star, perché ci sono io. Ma in questo contesto, consapevolmente, io mi faccio veicolo culturale. Altrettanto chiaro è che se fossi venuto qui a raccontare storielle stupide, il pubblico se ne sarebbe accorto, e probabilmente mi avrebbe tirato qualche ortaggio. Cosa che può comunque sempre accadere. Ben vengano gli ortaggi, finché non ti sparano , è pur sempre qualcosa. -- Quale credi che sia la "religione del nostro tempo"? Il feticismo delle merci. -- Un commento sull'evoluzione della società borghese dai tempi di Pasolini ai nostri. Come mette in bocca lo stesso Pasolini ad Orson Wells in "La ricotta" - non so se ricordate, c'è questo Orson Wells che sta dirigendo una crocifissione, un film dove un poveraccio della periferia romana va a morire sulla croce perché ha mangiato troppa ricotta del catering - Orson Wells a un certo punto dice, in risposta a qualcuno che gli chiede cosa pensi dell'Italia, "La borghesia più cafona, più ignorante e più retrograda d'Europa". Ecco, io credo che questo giudizio sia valido a tutt'oggi. -- Che ruolo ritieni che abbia la difesa della diversità (sessuale, dei valori e della sensibilità) all'interno dell'espressione artistica? È realmente possibile sensibilizzare e invitare a rivoluzionare i propri preconcetti, attraverso l'arte? A mio parere i rapporti di genere (tutti: uomo/donna, uomo/uomo, donna/donna) vanno ripensati, una volta per tutte, nel senso più lacaniano possibile. La dobbiamo smettere di pensare a noi come uno specchio. La gelosia, l'invidia e la pulsione di morte, come acutamente osservava Lacan, derivano dal fatto che nell'altro, sia esso uomo o donna, andiamo alla ricerca di noi stessi. L'amore, invece, nasce dal momento in cui tu non guardi più te stesso, ma cerchi di guardare agli altri, e concepisci che l'altro sia importante, anche più di te. Letture consigliate: Massimo Recalcati, "Desiderio, godimento e soggettivazione"; http://www.minimaetmoralia.it/wp/intervista-a-pier-paolo-pasolini/. Jack D'Aurizio e Vittorio Ghinassi www.radiocicletta.it
- Modificato il 18.05.13 - 3:30 am -

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La poesia ai tempi del tempo

_/-----------| 26.04.13 - 1:04 am |-----------\_

MENG LANG - Senza titolo - Vi prego di capire le vertigini, e di preservare allucinazioni per il futuro: come se lo stupido domani avesse ancora bisogno di educazione, ma il domani si leva solo se ti appoggi al sole e solo se ti appoggi al nostro levarsi può essere attestato. Se nella Pechino concreta cogliete una foglia d'acero rosso quello è l'aspetto che infine perderemo quello è il colore che infine perderemo. MO MO - Anche in un secondo ci sono innumerevoli io - Io accovaccio un io io cammino un io io mi stringo la mano un io io appena apro bocca un io io appena chiudo gli occhi un io dall'irto precipizio di un secondo schizzano sempre innumerevoli io Proprio come un fiore è diverso da quello accanto come sono diversi due alberi legati da un'altalena come è ingombra di miraggi la cavità dell'universo Quando ti amo un io quando da te sono amato un altro io proprio come passandoci sopra la mano i capelli a destra radi a sinistra folti stempiato, un antico fiume disseccato ventitre anni, i segreti del carattere interamente svelati Forse scuro, forse brillante io strato a strato mi lancio dietro le nuvole io messo in abbagliante rilievo da infiniti io davanti allo specchio non riconosco me stesso a mani giunte rifletto, ancor più fiore caduto nella corrente. Meng Lang e Mo Mo letti nell'Ultima Mezzorca
- Modificato il 26.04.13 - 3:52 pm -

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Tenersi aggrappati

_/-----------| 19.04.13 - 2:24 am |-----------\_

Tutto quello che mi mancherà di te quando saremo lontani, nello spazio, nel tempo. Tutto quello per cui non mi sognerei mai neppure lontanamente di mollarti la mano. Non si scrive per una questione di marketing. O almeno non lo faccio io. Non è una vetrina, è una valvola di sfogo, la risposta a un bisogno. La necessità di salvaguardia è più grande. Del divertirsi, del pavoneggiarsi, dell'avanguardia o della ricapitolazione. Non conterà molto aver sperimentato dieci orgasmi o un miliardo, quando spirerai in un letto sporco d'ospedale, intrepido mio lettore. Non conterà molto neppure la meccanica che t'avrà condotto lì, abuso di vita chimica o sfiga di contrappasso ad un'esistenza morigerata e rispettosa del dio del fitness. Conteranno solo i segni che sarai riuscito a mettere, con scarsa o enorme astuzia, al sicuro dal tempo. A tal fine dovresti scegliere una grotta e incavarci dentro l'album fotografico dei tuo momenti più luminosi, accanto a quello delle nefandezze e all'elenco delle azioni che hai compiuto per riscattarti agli occhi della storia. Salvaguardare. Tutto. Anche i discorsi di politica, e le contraddizioni. Come quella indotta dal fatto che la tanto osannata unità proviene da un atto di violenza di una minoranza (il pensiero futuribile è necessariamente minoritario) nè conservatrice (in quanto volta ad espandere il suo demanio) nè riformatrice (in quanto monarchica sulla carta, e fermamente oligarchica di fatto) e per quanto alto nei suoi effetti, lodevole a posteriori, era bieco e gretto e non dissimile da una mera invasione, a priori. Tenersi aggrappati alla salvaguardia dei momenti quell'ondata di particelle che potrebbe improvvisamente scavalcare una barriera di potenziale e travolgerci, magari mentre siamo al riparo nel tepore del nostro letto, cancellare la memoria e renderci dei molluschi. Tenersi aggrappati al vivere liberamente il sesso. Continuare a sognare di fonderci, lentamente, sotto il sole. Spalancare le porte dei sensi ad un brivido di avvicinamento, fremito, che è necessità e droga, calda, stretta, umida e luccicante, contro un opaco resto che è gelido, ostile, talmente grande e povero di vette da parer localmente vuoto, ed affaticare gli occhi nella ricerca di un'appagante meta. Poterli invece chiudere, con te nel mio corpo o me nel tuo. Dischiuderli di tanto in tanto, trovare ogni cosa a fasciare il sangue nelle vene. Ho scritto che non conterà, alla fine. Oh, sì, mi contraddico, cambio idea, finché posso permettermelo. E' pur sempre così che si mette in piedi una casa, ed entro di essa si scova lo spazio per installare una cassaforte. Dapprima la si sagoma e si arreda, poi la si vede sprofondare di qualche metro, alché la si smonta, si riempie il buco di cemento e la si rimonta al di sopra delle fondamenta. Ogni dimora in funzione della salvaguardia! Questo tentativo disperato. Chissà cosa diremo fra cento anni, rileggendo. Come ci giudicheremo. Cosa penseremo delle battute peggiori del secolo. Della pausa-bacetto o di quell'invasato che commenta tutti i suoi appuntamenti con notazione consequenziale da programmatore BASIC e emoticon della pizza. Delle pagine stampate, delle quote. La quota di tempo che mi separa dalla prossima idiozia, dal prossimo exploit di intolleranza, o inadempienza, nei confronti di un mondo che è quello che vorrei cullare e salvaguardare. Mi hai scritto "Quando avrai imparato tutto, io non ti servirò più". Mi sono sentito al pari di un lombrico, a sbevazzare in compagnia dei miei amici (sono forti, è forse per questo che si contano in fretta) mentre ricorrevano più-che-decennali di fiori e libri tascabili di letteratura francese, ingialliti, sì, ma profumati dal tempo. Ho chiesto a mio padre di portarle in dono un'orchidea. Erano belle e tenere quelle ricorrenze con noi tre e un fiore. Ho annegato il mio niente in diversi bicchieri di vino, scherzato, sorriso. Tu eri a casa, eri con il tuo da fare. Dici che ti è già successo, per questo non è improbabile, anzi sta già accadendo, e il problema, forse, sono io. La distanza tra le parole e i fatti. Fa parte anche ciò di tutto quello che non potrò mai dimenticare di te. I tuoi "non farmi la morale" o il buttarla in acida caciara quando scrivevo qualcosa che forse era vero, ma da bacucco intransigente, e ti faceva male. Quello che di me è esploso all'aria come una rovina sepolta da chissà quanto tempo, chissà dove, le lacrime, la tenerezza (la durezza è persino assimilabile), la pazienza, l'impegno, l'essere una cosa, ma poterne essere cento. In virtù della forza che il tuo sguardo mi trasmette, il desiderio che dal tuo corpo mi ammalia. Ciò che non sono mai stato, e solo grazie a te ora sono. Le tue peculiarità. La memoria corta. Gli sbalzi d'umore. I salti di palo in frasca. I baci inattesi, l'entusiasmo per le piccole cose. Il tuo saper illuminare una stanza con cento persone dentro, come anche spegnerle. Il tuo venerarmi, e riverirmi, e procurarmi dolore quando credi che ne abbia bisogno, e darmi dell'idiota che non capisce un cazzo e che non si accorge di niente. Tenermi aggrappato a te che mi disegni una lacrima, e un cuore, sul viso. Neppure so tenere fede a me stesso. E' sola una misera parte, di tutto ciò che non potrò mai dimenticare di te.

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All'amato.

_/-----------| 12.04.13 - 1:17 am |-----------\_

Majakovskij - All'amato me stesso

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