This is Tasmegalpa

Il blog di elianto84 aka jack202

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This Is Tasmegalpa - Encoded by Elianto84
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Volute

_/-----------| 09.04.12 - 11:25 pm |-----------\_

Quanto in là si spinge l'iridescenza della tua torcia, Prometeo? Ne ho sottratto una anch'io, agli dei. I suoi lembi di fuoco hanno percorso la mia anima fino agli abissi che celavo irraggiungibili, povero stupido babbeo che si macchia d'un crimine senza scopo, egli non può che esplodere alla vista delle proprie viscere nere, e giacere così, un unico conglomerato di lacrime e merda, morto, defunto, abietto in eterna attesa di una resurrezione sempre tra spire e volute di una sacra rossa pira e di un dono.
- Modificato il 09.04.12 - 11:27 pm -

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Venere e Marte

_/-----------| 05.04.12 - 5:59 pm |-----------\_

Una percezione alternativa dei contorni della vita può essere ottenuta disallineando gli occhi. Quando la distanza si fa troppo ridotta, la presenza ciclopica dell'Altro è tanto nitida da sfocare la semantica della parole. Ma se ci si ferma appena prima, sono i dettagli dell'iride a rivelare il nostro scorrere, e sobbalzare, in rami paralleli del tempo, ed è naturale interrogarsi su cosa fossimo, da entità ancora congiunte, quando la linfa scorreva in un unico tronco. Si era privi di sesso, e l'albero non manifestava alcuna pulsione a piegare il circondario ad una legislazione morale mutevole e contraddittoria. Si era nel corso principale della storia, quello dove ogni riflusso determina una biforcazione, ma non altera il destino. Vi chiederete forse a chi spetti la corona, alla morte del corso principale. Io non ne ho idea. Ho solo percepito, attraverso gli occhi e il fremito dei tendini. Alla giusta distanza, le pupille di Bi convergono verso l'apice del naso, conferendole un'aria spaurita, smarrita, fanciullescamente affettuosa, trepidante. Se ne può forzare la dolcezza lasciandola giocare. Ma si sa, non c'è niente di meglio di una partita a carte per rivangare vecchi rancori, come essersi impegnati, piegati e spezzati, ma recando ancora addosso segni e macchie di un lungo vizio. "Mi ricordo di quell'episodio" - mi ricordo anch'io, e vorrei non fosse parte di me. "Dobbiamo procedere adagio, perché giunti al termine, non ci sarà più nulla" - ma ciò è falso: lo testimonia la resurrezione di mille civiltà sulle ceneri e le macerie delle precedenti, nella stessa storia che sorride alla morte e attraverso le virili mani del coraggio scrive: "daccapo". Ti tengo per mano col solo mignolo, disallineo gli occhi sull'orizzonte - il destro, appena più in alto del sinistro, all'affannosa ricerca del secondo, terzo, quarto passo in avanti, per strappare una certezza dai contorni e le rughe che il tempo non ha ancora scolpito - il sinistro bada: quanto sei vicina, quale dei mille tuoi sensi mi avvolge. Da bambino avevo un flipper, credo provenisse dallo stabilimento balneare dove mio padre e i suoi amici trascorrevano le estati della loro giovinezza. Una notte sognai che applicando la giusta forza sulle leve del flipper, e contraendo i muscoli della braccia, potessi staccarmi dal suolo per un tempo indefinito, in una sorta di volo condizionato unicamente dalla permanenza del contatto col gioco. Quel sogno ha condizionato l'intera mia esistenza. Più volte ho sospettato di essere effettivamente riuscito a sovvertire il naturale equilibrio gravitazionale: d'altronde, ho sempre avuto delle braccia piuttosto forti, anche quando sono stato gracile, anche quando ho trascorso sei mesi ubriaco. I processi di innovazione e sradicamento sono reciprocamente funzionali - è un verità millenaria, impressa nei piccoli cerchi dello Yin e dello Yang. Così, quando pochi giorni fa ho visto per strada una ragazza con un bastone da cieca - inconfondibile, bianco e rosso - che pur cieca non era, per il rapido incedere e l'abilità nello schivare i proiettili metallici del nervoso traffico cittadino, sono rimasto inquietato dalla parodia, e l'iperbole, di me stesso. Sognavo pure di vincere la timidezza, leggendo qualcosa di imprescindibile ad alta voce, dinanzi a tutti. Magari la domenica, nel prato vicino alla torre. Sono stato risoluto per tre volte e per tre volte ha piovuto, a dirotto, alché ho desistito. Poco più tardi, il rovescio del mondo ha voluto che leggessi all'interno di una trasmissione radiofonica. Di domenica. Questi numi hanno un senso dell'umorismo da squilibrati: mi piace, mi piace da impazzire. Penso correrò a giocare con la mia Stella, e mi riporterò sul podio dei vanagloriosi, a questuare attenzioni.
- Modificato il 05.04.12 - 6:42 pm -

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Frammenti di me, prologo.

_/-----------| 17.03.12 - 4:30 pm |-----------\_

Ero piccolo, e sognavo di poter essere intuìto, con la stessa rapidità propria della concezione dell'espediente, del pensiero puro. Nascondevo dei messaggi nelle immagini, poi chiedevo a G: "li hai trovati?". Lei annuiva, ed io le credevo. Che si trattasse di verità o menzogna, non ha importanza, dato che il contenuto dei messaggi poteva essere presunto con grande semplicità, indipendentemente dal quantitativo di perversione con il quale mi adoperavo di cacciare il significato in profondità, in una spirale di colori stridenti, finché non fosse accessibile solo ai suoi occhi magnetici ed ai muscoli delle mie mani frenetiche.
- Modificato il 17.03.12 - 11:46 pm -

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Sette idiozie

_/-----------| 13.03.12 - 6:13 pm |-----------\_

1) Fai pace con il tuo passato, così non rovinerà il tuo presente. Come se l'identità individuale non si affermasse attraverso la storia. Io sono, in buona parte, il mio passato. Dovrei sospendere l'autocritica e ignorare ogni nesso causale, per vivere in una serenità fatta di morfina? Non ci tengo, grazie; 2) Quello che gli altri pensano di te non ti riguarda. Come se l'identità individuale non si affermasse attraverso le altrui opinioni. Potremmo essere anche una miriade di isole a livello cognitivo, ma la nostra vita quotidiana dipende massicciamente dal parere del vicino. Inoltre, è proprio quest'ultimo il destinatario di ogni deliberato, concreto, pragmatico, atto di creazione o distruzione. Di conseguenza, il pensiero degli altri mi riguarda eccome, in quanto contribuisce a determinare le mie sorti, o a porre un veto alla mia libertà di espressione ed azione; 3) Il tempo guarisce quasi tutto. Dai tempo al tempo. Il tempo, da solo, può coadiuvare il decadimento di una tempesta, indirizzare la memoria verso il dimenticatoio, rallentare i riflessi e sedimentare la percezione di sé, ma in assenza di una precisa volontà, non costituisce mai una panacea; 4) Nessuno è la ragione della tua felicità eccetto te stesso. Voglio sentirmi libero di finalizzare la mia esistenza, incarnandola in una persona, o nell'ideale di una persona. Se la mia felicità non germoglia da istinti edonistico-egotici, l'argomentazione del punto 4 si sgretola; 5) Non paragonare la tua vita a quella degli altri, non hai idea di cosa è fatto il loro viaggio. In sostanza, si tratterebbe di rinunciare ad utilizzare i propri sensi e le proprie facoltà di interpretazione del mondo. Se davvero siamo inevitabilmente separati da una cortina di incomprensioni, generata dalla scarsa fedeltà che le parole hanno al cospetto del pensiero puro, è spesso necessario compiere uno slancio esegetico, forse anche un azzardo anti-etico, per vivere. A meno, ovviamente, di non optare per l'eremitaggio; 6) Smettila di pensare troppo, va bene non sapere tutte le risposte. Nuovamente, non mi sta bene mi si impongano delle limitazioni malmotivate, o dei dogmi. Se, poi, la mancanza di una qualsiasi risposta mi genera ansia, sconforto, malessere, voglio sentirmi libero di affrontare qualunque mostro sacro credo detenga la verità, anche a costo di sperimentare ulteriore dolore, nello scontro; 7) Sorridi. Non possiedi tutti i problemi del mondo. Troppo facile. Non c'è niente di magico nell'impiego dei muscoli facciali. E se il mondo è limitato all'individuo, come parrebbe insito nei punti 2,4 e 5, quest'ultimo, sì, ha tutti i problemi del mondo.
- Modificato il 13.03.12 - 6:18 pm -

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Credo mi occorra

_/-----------| 28.02.12 - 2:26 am |-----------\_

una guida alla digestione del vuoto. Che non contenga espressioni come "c'è tempo" - - sto raccogliendo molto materiale a riguardo, vorrei che una volta cucito, suscitasse quell'esatta sensazione di apnea che sto sperimentando ora - o "ci spiace, ma è così" - magari seguita da una dicotomia d'opzioni egualmente castranti e impraticabili. Quel che esiste, ha delle modalità storiche, di affermazione e dibattito. Il potenziale omicida che è nella bramosia di ciò-che-non-esiste, invece, può essere avvistato solo divincolandosi dall'accademia, dalla coerenza, dall'empatia, dalla biochimica, dal branco, e compiendo tre o quattro passi in direzione del baratro. È per questo percorso in terra straniera e ostile, che vorrei una guida.

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Post Graduation Party

_/-----------| 15.02.12 - 7:02 pm |-----------\_

Stamane sono entrato in ufficio con aria un po' mogia, corrucciato dall'idea di aver innescato una bomba all'interno del mio petto. Penso esploderà al prossimo aperitivo tra colleghi, quando meno me lo aspetto, tra la sedicesima e la diciassettesima oliva. Un lieve scricchiolio della mandibola sarà l'unico, tardivo ed osseo, segnale d'allarme. " Le esperienze passate sono servite a comprendere cosa non voglio. Sono molto esigente: analizzo e soppeso. Vuoi sapere come ho catalogato te? Tu sei un omino basso, buffo e non bello. Insicuro, bisognoso, incline alle dipendenze, emotivamente instabile: una checca isterica. Per giunta possessivo, radicale, poco loquace e poco socievole. Di te si salvano le mani, la voce e un bundle di cultura e abilità logiche. Ammetto che la miscela di queste ultime cose fa abbastanza sesso, ma il resto... Dio ce ne scampi e liberi. " Bi pronuncerà tali parole, io ne loderò l'ammirevole, sacra sincerità con impeccabile sorriso da truffatore professionista - c'è un giro di scommesse molto attivo, in ufficio, è dura tener testa a Bi; per non sfigurare e perdere è necessario "mostrarsi uomini" (quando incontrerò il barbaro responsabile della creazione di tale locuzione, giuro lo sevizierò con crudeltà inumana, inconcepibile), ma mi mostrerò uomo una volta di troppo, per gli esigui margini garantiti dal personale bonus vitale, e la bomba esploderà: i miei polmoni marci andranno a decorare i cocktail dei partecipanti. Dicevo: stamane sono entrato in ufficio. F. mi ha salutato, carezzandomi la barba ispida, e mi ha chiesto se mi fosse passata la sbornia. Ma come poteva lei sapere che avevo trascorso tutto il pomeriggio e la sera del giorno precedente girovago (forse più "ondìvago") tra la cucina e il cesso, in compagnia di diverse bottiglie di rhum? Avevo staccato il citofono e spento il computer, il cellulare e tutte le luci, tranne un faretto fioco, per strappare alla totale oscurità giusto la strada dal frigo al bagno. Nessuno poteva sapere dove fossi, cosa stessi facendo. Liquefatto al punto di diventare trasparente? Improbabile. Segni sotto gli occhi, sulle labbra, eccessivo pallore? Neppure. L'ho allontanata maldestramente, bofonchiando: "Nessuno strascico, per cui credo che rincarerò la dose, più tardi." Ho preso a sfogliare distrattamente le solite carte, in cerca di qualcosa da distruggere o da rinvigorire. Ho pensato alle luci nell'autobus che mi aveva riportato a casa, il pomeriggio prima. Di un blu elettrico, intensissimo, che cozzando contro l'aria stanca dipingeva macchie inquietanti sui vetri, e rendeva, di contrasto, ogni cosa all'esterno più rossa, come in un primo speranzoso pomeriggio d'estate, senza etichette da scrollarsi di dosso, nudo. Alché, ho realizzato. L'idea che qualcosa possa muoversi più veloce della luce percorrendo per questo a ritroso il corso del tempo. Non una particella, ma un frammento di empatia, di intuito, che, nato oggi, possa recare nel passato un'immagine di ciò che sarà - questa energia giunge a destinazione quando viene colta, compresa. Nei casi in cui determini un'effettiva svolta nel corso del tutto, da incentivo o deterrente, un nuovo frammento inizia il suo percorso in senso inverso, generando una biforcazione dell'intera linea temporale. Ci siamo arrovellati per secoli circa l'esistenza di civiltà extraterrestri, cullandoci con il pensiero che queste fossero analoghe alla nostra, addirittura geneticamente compatibili. Abbiamo indirizzato la nostra attenzione verso la dimensione sbagliata! Sono venuto in possesso di questo frammento del Grande Libro di Dio, ed ora mi è chiaro, evidente, che ogni folgorazione, ogni eso-percezione, è soltanto l'effetto della decodifica di un messaggio proveniente da una zona inaccessibile: il futuro, appunto. Dovrò trovare un modo di indagare sulla degradazione dei segnali, per poter vivere più vite in una sola. Vivere questo martirio, questo trambusto di ossa e pelle, cambiare e stupire chiunque, per garantirmi umiliazione e dolore, e, a millisecondi di distanza, salvezza e serenità. Tener lontano il pensiero che esista una linea entro la quale ogni impulso è del tutto impotente. Questo farò.
- Modificato il 16.02.12 - 10:55 pm -

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Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.

_/-----------| 09.02.12 - 3:06 am |-----------\_

Subito dopo la proclamazione e il bando tutti mi chiesero quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro, dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità parentetiche da cui riemergere affamati d'aria, lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni. Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico sarà il tempo, il tempo lungi da venire. Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro. Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo, inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera, trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi, e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi. Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto me la portò A., circa dieci anni più tardi. Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali. Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento, era sufficiente una rapida occhiata alle figure, un destro calco dal Libro della conoscenza. Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare. Passò sotto silenzio, rimase così. Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso, ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili, ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni. Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio. Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano, negarsi, di fronte ad un palpito così puro. Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo, realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro. Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!" ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che, contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi. Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi, ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo. Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte" donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato. Promise di non far menzione del nostro incontro ma disattese la promessa. Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse. Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri. La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo. Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto, gravando con tutto il peso sul piede sinistro, debilitato da un bruciante senso di colpa. Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso. Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.

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La Questione Bombieri

_/-----------| 25.01.12 - 1:06 am |-----------\_

L'origine del tremore basale è nel consolidato abuso di eccitanti. La relativa importanza dell'aspetto sessuale sta nella contrapposizione tra la "semplice ginnastica", dunque l'opinione, propria anche di mia madre, per cui foia e foga siano sopravvalutate, e il giunto tra Eros e Thanatos, dove la necessità della violenza è la necessità di provarsi in grado di sopravvivere, alla numerosità e all'intensità degli shock. Il mondo delle donne è sorretto da un titano di cartapesta: tonnellate di richieste, cui è indispensabile prestare attenzione, essere all'altezza. Certe gru dai colori sfavillanti vorrebbero nascondere la testa sotto la sabbia, o solo sfregare il proprio lungo collo contro un altro, più morbido. Prevalgono invece, talora a distanza di lustri, i biechi propositi meccanici per cui una gru nasce solo per sorreggere carichi. Tu, giovane, non puoi semplicemente ignorare la tecnica del tuo tempo. Dovrai seguire la tecnica che delineerà l'età di tuo figlio, senza bollarlo sbrigativamente come un inetto, perché non sa giocare ai cavalli ed approfittare delle occasioni. Maleducato, mi dice. Maleducato, irrispettoso, insensibile. Chi mai mi avrebbe dovuto rendere conforme all'etichetta, incline a prostarmi, empatico e facile alle lacrime? Non le raccogli, tu, le parole? Lasci che fuggano impazzite o anneghino in un bicchiere di whiskey? Ora che sto per andarmene, le pareti di questo posto mi sembrano i confini inviolati di un posto nuovo. Me ne sto con la sigaretta al vento buio e gelido, maturando propositi che non hanno possibilità di compimento, ora. Non ridi mai, dice lei. Penso alle occasioni in cui ho regalato una rosa, o me ne hanno fatto dono. La simbologia dei fiori è semplice: ciò che non sarà, il frutto, o che è appena stato reciso, il gambo. Attorno a me si affollano i discorsi frivoli di chi non ha ancora le spalle al muro. "Cinque e mezzo, Ramirez, alla prossima. Eh, ma le gambe." Ci sono le scale di casa tua che mi infondono lo stesso senso di smarrimento e totale dedizione. Ci sono le parole "tua madre sarebbe fiera" come pure una manifesta, inattesa approvazione morale di un volto severo, che senza tremori afferma "potresti essere sprecato, o pentirtene. Non è semplice tornare sui propri passi. Per istigarti a riflettere, ti porgerò ora un dono enorme." Di nuovo in balia del vento. Premurati di sincerare che chi lo conosce, lo sappia interpretare davvero. Nuova boccata di fumo. Ti aspetto e ogni giorno mi spengo poco per volta e ho dimenticato il tuo volto. Mi chiedono se la mia disperazione sia pari alla tua assenza no, è qualcosa di più: è un gesto di morte fissa che non ti so regalare. (Alda Merini)
- Modificato il 25.01.12 - 11:51 am -

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Occhi cavi

_/-----------| 12.01.12 - 12:23 pm |-----------\_

C'era anche questo sogno, tra i lungamente presagiti. Il nostro antieroe, il nostro tafano kafkiano, si riprende rattrappito da un sonno troppo breve, raggiunge il bagno a tentoni, accende la luce (la sua prima parola, tra poco ogni pragmatica verrà distrutta, ogni capriccio smobilitato) e indaga, con l'ausilio dello specchio, riguardo quel fastidioso prurito alle palpebre. Nonostante le labbra riarse, da malato terminale, la sete che lo consuma incessantemente, ora sono le palpebre, sul prioritario piedistallo. "Non puoi più evitare il problema. Quando hai deciso di voler ammettere, hai reso irreversibile la situazione." Le orbite sono cave. Vuote. Buie. Eppure egli vede! Si precipita in strada, in cerca d'aiuto. Corre disperato e veloce, con le mani sugli occhi, o, per meglio dire, sul nulla che li ha sostituiti. Non teme per la menomazione, dato che, per l'appunto, egli vede. Forse il danno estetico, ma neppure. Dove ha origine, allora, questa frenesia? Non ce n'è traccia, nel grande libro. Egli si dimena come un ossesso. Ci sono una casa, una strada e due individui, le fondamenta del semplice plastico hanno le sembianze di un cuneo metallico, il cui filo è delicatamente in equilibrio su una fune. Ogni scossone può essere fatale: si precipita in fretta, nel vuoto dei secoli, nei secoli.
- Modificato il 13.01.12 - 9:38 pm -

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Big Omegas, small alphas.

_/-----------| 05.01.12 - 9:39 pm |-----------\_

La distanza che intercorreva tra i merli delle mura era esattamente pari alla loro larghezza, cosicché, un tessitore d'etere, ricevuta l'investitura per replicare la realtà, perfezionandola a suo piacimento, sarebbe stato posto dinanzi alla scelta: sovrapporre delle mura analoghe, ma ribaltate, raddoppiando l'altezza delle rettilinee difese, o creare un colossale intarsio, uno spigolo, una coda di rondine, dove accogliere un altrettanto colossale primo passo, e darsi lo slancio.
- Modificato il 06.01.12 - 7:39 pm -

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