This is Tasmegalpa

Il blog di elianto84 aka jack202

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This Is Tasmegalpa - Encoded by Elianto84
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Anche gli idoli si sbagliano

_/-----------| 15.06.12 - 6:17 pm |-----------\_

In un grande romanzo Dino parla di un uomo privo di sensi, succube. "Milano grigia, caliginosa e triste" - svegliati! La costruzione del duomo durata secoli, lasciata così, penzolante. Non ha una storia, quest'uomo? Non cerca di vincere il tempo attingendo da mille epoche diverse? Che cosa sogna, quest'uomo? D'essere per sempre ingannato? "Il riferimento è continuo, ora al piegarsi dei rami durante le tempeste, ora al rumore della risacca del mare che s'infrange sugli scogli". Dino, esiste nel mondo un rosso approdo, circondato da vent'anni di tempeste, dalle macerie di una città di nessuno, dove regnano due sovrani bambini. Danno ai frutti e alle immagini nomi e attributi che altrove non esistono: li proteggono, e si scherniscono, e si combattono, e si inseguono, in una rovente danza che li vede scambiarsi d'identità ad ogni crepuscolo. Circe afferra la gomena di prua della nave di Ulisse. - "Ora il tuo vagabondare è concluso. Questa ti servirà a tessere la trama di nuove favole." - "Ma io non so scrivere favole, sono condannato a bruciare all'inferno in un rogo che incenerisce ogni ambizione." - "Balle, Ulisse, balle. Persino il tuo cane sa che ti sbagli."
- Modificato il 15.06.12 - 6:41 pm -

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Per il mio cuore

_/-----------| 14.06.12 - 6:59 pm |-----------\_

Per il mio cuore basta il tuo petto, per la tua libertà bastano le mie ali. Dalla mia bocca arriverà fino al cielo, ciò ch'era addormentato sulla tua anima. In te è l'illusione di ogni giorno. Giungi come la rugiada alle corolle. Scavi l'orizzonte con la tua assenza. Eternamente in fuga come l'onda. Ho detto che cantavi nel vento come i pini e come gli alberi di nave. Com'essi sei alta e taciturna. E ti rattristi d'improvviso, come un viaggio. Accogliente come una vecchia strada. Ti popolano echi e voci nostalgiche. mi son svegliato e a volte emigrano e fuggono uccelli che dormivano nella tua anima. Pablo Neruda

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Senza veli

_/-----------| 30.05.12 - 11:40 pm |-----------\_

In un giorno di pioggia che era a metà tra l'autunno della storia e l'estate degli ostacoli, l'uomo senza occhi si destò di soprassalto, vinto dalla paura della frattura dell'argine, dell'incarnazione di un lembo di dolore, dall'ansimare di un incubo del suo amore, lì, prossimo. Mise nuovamente se stesso alla prova, nel superare una recinzione con una calcolata tesa torsione del busto e delle anche, sussurrò al suo demone: bene, se posso ancora farcela vecchio, potrò farcela sempre. Saranno le fondamenta, che celebrerò ogni giorno, come rito segreto di una chiesa imbastita attraverso superfici scabre (talora vi corrono insetti, e la morte si vince con la morte), sospiri per cingere, mura di vento, d'altezza pari ad un perfetto numero di secondi. Mi recherò in cucina correndo, con dolci briciole di calce nelle insenature delle dita di ambedue le mani, accenderò la fiammella con un saluto, la luce e la voce saranno basse e soffuse, così che, anche affaticato, porterò con me il fedele tono del tempo e delle proiezioni degli alberi, sulla tua pelle. Con una goccia di saliva affiorerà quella fragranza che è un vortice nello stomaco, verrà a galla anche il caffè, da mescolare tre o quattro volte con il cucchiaio più piccolo, e giù ad accarezzare gorgogliante il fondo delle tazzine. Si sovrapporranno gli aloni più scuri sui risvolti dei libri, risalterà ogni dettaglio come frammento di topazio in un mosaico rosso vivido, istoriato ora disteso o impresso slanciato. Più volte mi è capitato di spezzare il manico della caffettiera, per quanto impaziente fossi di serrarla. Ho persino fratturato in due un bicchiere, lungo un parallelo, nella smania d'agitar le braccia per un "vedi? lo vedi?", ma, senza scarpe e senza tosse, nel mio rito non produrrò alcun rumore, costeggerò devoto il profilo del sogno, recando caffè e "buongiorno, patata", pronto a cullare la tua testa sul mio petto ossuto. Sarò forse provato, madido di sudore per la zuffa coi minuti, impacciato e difettoso, ma liquido e nudo, prostrato, zannuto, al cospetto di soffici zampe ed occhi eternamente scintillanti.
SenzaVeli.mp3
- Modificato il 30.05.12 - 11:42 pm -

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Tra Bludus e Mnemonia

_/-----------| 18.05.12 - 5:20 pm |-----------\_

Volevi un avversario all'altezza, John? Eccotelo qui, in carne ed ossa. In virtù del potere conferitomi da chissà-chi, ho l'onore di presentarti te stesso. È come un cane rabbioso, che morde a sangue il suo futuro. La posta in gioco è la tua paura. Se vinci, la perdi. Afterhours - Metamorfosi
- Modificato il 18.05.12 - 5:24 pm -

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Ad Arimane

_/-----------| 30.04.12 - 12:02 pm |-----------\_

Giacomo Leopardi - Ad Arimane

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Mi hanno riacceso lo sguardo

_/-----------| 28.04.12 - 2:24 am |-----------\_

Mi hanno riacceso lo sguardo con un piccolo, gradevole ago caldo. È passato indenne attraverso la pupilla, ora ti riuscirà più semplice guardarmi dentro, scorrere i fotogrammi di una vita d'altalena come granuli indivisibili d'una storia muta, sorprenderti agli spasmi che increspano la pellicola: non vedi come tendo le braccia? Vi ho riscoperto un mezzo: la tecnica è il creatore che combatte se stesso. Non mi convince A., alla sua dolcezza manca un pezzo: parla di tempi corti, come te di sacrifici e calcoli, come me ma vacilla sul timore, ripiega nella fuga. La tua luce mi dona velocità d'impatto, ed ecco che ho la soluzione al problema d'esporsi un poco, concedersi un poco, appena dolorosa da fiorire in un'epifania dei sensi: esporsi completamente, concedersi completamente. Da bambino, lotterò e ti prenderò in groppa. Da adulto, cadrò bocconi per quanto ripida l'erta avanzerà accanto ai tuoi passi, fino al rifugio dove accoglierò la nerovestita signora con la peggiore battuta e il migliore sorriso.
- Modificato il 28.04.12 - 2:29 am -

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Volute

_/-----------| 09.04.12 - 11:25 pm |-----------\_

Quanto in là si spinge l'iridescenza della tua torcia, Prometeo? Ne ho sottratto una anch'io, agli dei. I suoi lembi di fuoco hanno percorso la mia anima fino agli abissi che celavo irraggiungibili, povero stupido babbeo che si macchia d'un crimine senza scopo, egli non può che esplodere alla vista delle proprie viscere nere, e giacere così, un unico conglomerato di lacrime e merda, morto, defunto, abietto in eterna attesa di una resurrezione sempre tra spire e volute di una sacra rossa pira e di un dono.
- Modificato il 09.04.12 - 11:27 pm -

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Venere e Marte

_/-----------| 05.04.12 - 5:59 pm |-----------\_

Una percezione alternativa dei contorni della vita può essere ottenuta disallineando gli occhi. Quando la distanza si fa troppo ridotta, la presenza ciclopica dell'Altro è tanto nitida da sfocare la semantica della parole. Ma se ci si ferma appena prima, sono i dettagli dell'iride a rivelare il nostro scorrere, e sobbalzare, in rami paralleli del tempo, ed è naturale interrogarsi su cosa fossimo, da entità ancora congiunte, quando la linfa scorreva in un unico tronco. Si era privi di sesso, e l'albero non manifestava alcuna pulsione a piegare il circondario ad una legislazione morale mutevole e contraddittoria. Si era nel corso principale della storia, quello dove ogni riflusso determina una biforcazione, ma non altera il destino. Vi chiederete forse a chi spetti la corona, alla morte del corso principale. Io non ne ho idea. Ho solo percepito, attraverso gli occhi e il fremito dei tendini. Alla giusta distanza, le pupille di Bi convergono verso l'apice del naso, conferendole un'aria spaurita, smarrita, fanciullescamente affettuosa, trepidante. Se ne può forzare la dolcezza lasciandola giocare. Ma si sa, non c'è niente di meglio di una partita a carte per rivangare vecchi rancori, come essersi impegnati, piegati e spezzati, ma recando ancora addosso segni e macchie di un lungo vizio. "Mi ricordo di quell'episodio" - mi ricordo anch'io, e vorrei non fosse parte di me. "Dobbiamo procedere adagio, perché giunti al termine, non ci sarà più nulla" - ma ciò è falso: lo testimonia la resurrezione di mille civiltà sulle ceneri e le macerie delle precedenti, nella stessa storia che sorride alla morte e attraverso le virili mani del coraggio scrive: "daccapo". Ti tengo per mano col solo mignolo, disallineo gli occhi sull'orizzonte - il destro, appena più in alto del sinistro, all'affannosa ricerca del secondo, terzo, quarto passo in avanti, per strappare una certezza dai contorni e le rughe che il tempo non ha ancora scolpito - il sinistro bada: quanto sei vicina, quale dei mille tuoi sensi mi avvolge. Da bambino avevo un flipper, credo provenisse dallo stabilimento balneare dove mio padre e i suoi amici trascorrevano le estati della loro giovinezza. Una notte sognai che applicando la giusta forza sulle leve del flipper, e contraendo i muscoli della braccia, potessi staccarmi dal suolo per un tempo indefinito, in una sorta di volo condizionato unicamente dalla permanenza del contatto col gioco. Quel sogno ha condizionato l'intera mia esistenza. Più volte ho sospettato di essere effettivamente riuscito a sovvertire il naturale equilibrio gravitazionale: d'altronde, ho sempre avuto delle braccia piuttosto forti, anche quando sono stato gracile, anche quando ho trascorso sei mesi ubriaco. I processi di innovazione e sradicamento sono reciprocamente funzionali - è un verità millenaria, impressa nei piccoli cerchi dello Yin e dello Yang. Così, quando pochi giorni fa ho visto per strada una ragazza con un bastone da cieca - inconfondibile, bianco e rosso - che pur cieca non era, per il rapido incedere e l'abilità nello schivare i proiettili metallici del nervoso traffico cittadino, sono rimasto inquietato dalla parodia, e l'iperbole, di me stesso. Sognavo pure di vincere la timidezza, leggendo qualcosa di imprescindibile ad alta voce, dinanzi a tutti. Magari la domenica, nel prato vicino alla torre. Sono stato risoluto per tre volte e per tre volte ha piovuto, a dirotto, alché ho desistito. Poco più tardi, il rovescio del mondo ha voluto che leggessi all'interno di una trasmissione radiofonica. Di domenica. Questi numi hanno un senso dell'umorismo da squilibrati: mi piace, mi piace da impazzire. Penso correrò a giocare con la mia Stella, e mi riporterò sul podio dei vanagloriosi, a questuare attenzioni.
- Modificato il 05.04.12 - 6:42 pm -

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Frammenti di me, prologo.

_/-----------| 17.03.12 - 4:30 pm |-----------\_

Ero piccolo, e sognavo di poter essere intuìto, con la stessa rapidità propria della concezione dell'espediente, del pensiero puro. Nascondevo dei messaggi nelle immagini, poi chiedevo a G: "li hai trovati?". Lei annuiva, ed io le credevo. Che si trattasse di verità o menzogna, non ha importanza, dato che il contenuto dei messaggi poteva essere presunto con grande semplicità, indipendentemente dal quantitativo di perversione con il quale mi adoperavo di cacciare il significato in profondità, in una spirale di colori stridenti, finché non fosse accessibile solo ai suoi occhi magnetici ed ai muscoli delle mie mani frenetiche.
- Modificato il 17.03.12 - 11:46 pm -

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Sette idiozie

_/-----------| 13.03.12 - 6:13 pm |-----------\_

1) Fai pace con il tuo passato, così non rovinerà il tuo presente. Come se l'identità individuale non si affermasse attraverso la storia. Io sono, in buona parte, il mio passato. Dovrei sospendere l'autocritica e ignorare ogni nesso causale, per vivere in una serenità fatta di morfina? Non ci tengo, grazie; 2) Quello che gli altri pensano di te non ti riguarda. Come se l'identità individuale non si affermasse attraverso le altrui opinioni. Potremmo essere anche una miriade di isole a livello cognitivo, ma la nostra vita quotidiana dipende massicciamente dal parere del vicino. Inoltre, è proprio quest'ultimo il destinatario di ogni deliberato, concreto, pragmatico, atto di creazione o distruzione. Di conseguenza, il pensiero degli altri mi riguarda eccome, in quanto contribuisce a determinare le mie sorti, o a porre un veto alla mia libertà di espressione ed azione; 3) Il tempo guarisce quasi tutto. Dai tempo al tempo. Il tempo, da solo, può coadiuvare il decadimento di una tempesta, indirizzare la memoria verso il dimenticatoio, rallentare i riflessi e sedimentare la percezione di sé, ma in assenza di una precisa volontà, non costituisce mai una panacea; 4) Nessuno è la ragione della tua felicità eccetto te stesso. Voglio sentirmi libero di finalizzare la mia esistenza, incarnandola in una persona, o nell'ideale di una persona. Se la mia felicità non germoglia da istinti edonistico-egotici, l'argomentazione del punto 4 si sgretola; 5) Non paragonare la tua vita a quella degli altri, non hai idea di cosa è fatto il loro viaggio. In sostanza, si tratterebbe di rinunciare ad utilizzare i propri sensi e le proprie facoltà di interpretazione del mondo. Se davvero siamo inevitabilmente separati da una cortina di incomprensioni, generata dalla scarsa fedeltà che le parole hanno al cospetto del pensiero puro, è spesso necessario compiere uno slancio esegetico, forse anche un azzardo anti-etico, per vivere. A meno, ovviamente, di non optare per l'eremitaggio; 6) Smettila di pensare troppo, va bene non sapere tutte le risposte. Nuovamente, non mi sta bene mi si impongano delle limitazioni malmotivate, o dei dogmi. Se, poi, la mancanza di una qualsiasi risposta mi genera ansia, sconforto, malessere, voglio sentirmi libero di affrontare qualunque mostro sacro credo detenga la verità, anche a costo di sperimentare ulteriore dolore, nello scontro; 7) Sorridi. Non possiedi tutti i problemi del mondo. Troppo facile. Non c'è niente di magico nell'impiego dei muscoli facciali. E se il mondo è limitato all'individuo, come parrebbe insito nei punti 2,4 e 5, quest'ultimo, sì, ha tutti i problemi del mondo.
- Modificato il 13.03.12 - 6:18 pm -

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